La gestione pubblica dei fallimenti delle banche: da Renzi a Di Maio

La questione del crack finanziario prima di MPS e poi di quattro banche popolari di Veneto e Marche aveva messo seriamente a rischio la tenuta del governo Renzi per il coinvolgimento dello stesso pd (tra i maggiori e storici sostenitori della banca senese), nel primo caso, e del padre della ex ministra Maria Elena Boschi, nel secondo.

Le misure approntate dal governo in quel caso furono la “nazionalizzazione” del debito del Monte Paschi di Siena ed il “salvataggio” delle altre banche tramite lo stanziamento di circa 11 mld di euro.

L’attuale governo, in particolare il ministro per lo sviluppo economico, Luigi Di Maio, è stato sempre critico nei confronti di quelle misure, colpevoli, a suo dire, di non ristorare migliaia di risparmiatori che avevano investito in titoli “fasulli”.

Tant’è che una delle misure più annunciate da Di Maio è stato il decreto “rimborsi”, con il quale sono stati stanziati circa 1,5 mld di euro per i “truffati” dalle banche.

Ma un’altra tegola si è abbattuta sull’attuale governo: il fallimento della banca Carige ha richiesto prima il commissariamento e poi l’annuncio di intervenire nello stesso modo dei precedenti governi, ossia il salvataggio pubblico (nel caso del pagamento dei debiti) ovvero la nazionalizzazione (nel caso di emissione di nuovi titoli).

Di Maio si è sempre difeso, anche rispondendo in Parlamento, facendo i nomi di imprenditori e politici “aiutati” dalle banche che hanno prodotto il buco di bilancio. Ma c’è anche chi indica le responsabilità per il fallimento della Carige soprattutto in capo agli organi di controllo, in primis Banca d’Italia e BCE.

Nonostante i recenti scandali, però, le banche non si sono mai astenute da operazioni rischiose se non illecite. Il caso della truffa dei diamanti ne è il più recente esempio.

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