reportages – novembre 2012/febbraio 2018

Roma, la “caput mundi” città provinciale.

Di Giampiero Calia – 7 febbraio 2018

 

ROMA – Il Grande Raccordo Anulare, come una cinta che racchiude la città, copre un’area di circa 1.300 chilometri quadrati. Città come Milano o Parigi non superano i 200 chilometri quadrati. Ma la grande storia rappresentata dai secoli della Roma “caput mundi” ancora ne condizionano la sua essenza. Ossia, paradossalmente, quella di una città provinciale.

E questo è visibile chiaramente oltre che per i suoi grandiosi monumenti (non solo quelli di epoca romano -imperiale, ma anche quelli di epoca fascista) che se da un lato testimoniano la grandezza di una civiltà (che per l’epoca di 2000 anni fa era avanzata e dunque cosmopolita) dall’altro la caratterizzano fortemente (oggi a 2000 anni di distanza) come città del tutto peculiare ed unica al mondo.

Ma è visibile anche per quella “trascuratezza” che si può notare nell’amministrazione concreta della città (l’urbanizzazione selvaggia delle sue periferie, la manutenzione delle strade, la raccolta dei rifiuti).

Ed il provincialismo di Roma è tutto in una sorta di orgoglio che spesso si fa indolenza e fatalità e, se vogliamo, strafottenza; caratteristiche queste che, prima di essere italiane ed in particolare meridionali, sono essenzialmente romane.  Lo stesso dialetto romano (o se vogliamo quella “parlata”, che oggi usano frequentemente anche e soprattutto le nuove generazioni con i vari “fratè”, “bella zio”, ecc.), che non è più il romanesco della Roma papalina o della Roma popolare e trasteverina (quello di Trilussa e di Belli), ha una cadenza ed un suono che rimandano proprio a quell’indolenza.

Provincialismo che è proprio anche del malaffare romano(da quello della banda della Magliana a quello dei clan, in particolare quello degli Spada, di Ostia, passando per i “personaggi” di “mafia capitale” come Massimo Carminati o Salvatore Buzzi) che, lungi da avere mire “espansionistiche”, concentra i suoi affari tutti nell’urbe. E questo perché Roma è un piccolo mondo anche economico finanziario: basti pensare, ad esempio, al sistema economico/lavorativo (e di relazioni) che si sviluppa nelle varie sedi istituzionali (ad esempio di ministeri e municipi); o ancora all’enorme rendita di proprietà delle società immobiliari, del comune, dell’Ater (a fronte, tra l’altro, dei tanti “senza casa” o occupanti abusivi). Situazioni queste  in cui spesso e volentieri si sviluppano relazioni “malate” e/o i germi stessi della corruzione (come tristemente diverse inchieste giudiziarie hanno dimostrato).

Tanto da aver fatto dire a Raffaele Cantone(responsabile ANAC – Autorità Nazionale Anticorruzione) , in relazione ai “guai” giudiziari di Milano e Roma (in particolare quello dell’expo e quello di mafia capitale),  che “mentre la prima pare avere sviluppato gli anticorpi della corruzione, la seconda ancora no”.

Provincialismo, insomma, di quella Roma da cui anche Remo Remotti voleva scappare e che “cruda ti divora come un barracuda”.

 

 

Il 7 dicembre all’ombra della Madonnina

 

Piazza del Duomo accoglie i visitatori che giungono dalla metropolitana con un grande albero di Natale fatto allestire dall’amministrazione comunale all’ombra della Madonnina.

Di Giampiero Calia – 8 gennaio 2018

 

MILANO – Proseguendo lungo la Galleria un altro albero di Natale (allestito da Swarowsky) accoglie i visitatori, quest’anno numerosi ad assistere alla prima di “Andrea Cheniér”.

Via dei Filodrammatici è invece interdetta da cordoni delle forze dell’ordine, tanto che la sera della prima non è possibile neanche l’ingresso per una mostra su Tiziano a Palazzo Marino. Poco male perché nei paraggi ci sono almeno altre due mostre di sicuro interesse. A Palazzo Reale infatti, contemporaneamente, in due distinti allestimenti, vi sono dipinti di Caravaggio e Touluse – Lautrec.

Il 7 dicembre è per i milanesi giornata attesa tutto l’anno. “Sant’Ambroeus” (per dirla alla meneghina), che  viene festeggiato e che coincide con l’inizio della tradizionale fiera degli “obei obei” (espressione dialettale, “oh  bej!, oh bej!”, che è un’esclamazione di gioia che si fa risalire ai bambini di fronte ai regali portati dall’inviato papale, già nel periodo intorno al 1500, per risvegliare la fede), segna anche l’inizio delle festività natalizie. La fiera dura fino alla domenica e si tiene tutt’attorno al castello Sforzesco, mentre nella Basilica (era qui che venivano ospitati i bambini non battezzati e la tradizione vuole che proprio da qui partì l’esclamazione di gioia e meraviglia che poi ha dato il nome alla fiera) si svolgono le funzioni religiose.

Sempre il 7 dicembre si apre, con un’inaugurazione sfarzosa (anch’essa attesa tutto l’anno) che rappresenta uno degli eventi mondani della città lombarda, la stagione musicale del teatro alla Scala.

Generalmente per l’evento inaugurale della stagione del Teatro alla Scala si accede solo per inviti. Via dei Filodrammatici è circondata da un cordone delle forze dell’ordine: ci sono politici, imprenditori e diversi personaggi del jet set non solo milanese. il costo di un biglietto, soprattutto negli anni dello sfarzo milanese, poteva arrivare anche a migliaia di euro (o milioni di lire). Da qualche anno però l’amministrazione del teatro (fondazione “Milano per la Scala”) sta cercando di avvicinare l’opera lirica alla gente (quest’anno, infatti, l’opera è stata proiettata anche su maxischermo in Galleria Vittorio Emanuele; inoltre i biglietti erano anche disponibili su internet con prezzi a partire da 140 €).

“Andrea Cheniér” (opera di Umberto Giordano, direttore Marco Chantilly, primo soprano Anna Netrebko, tenore Yusif Eyvazov, regia di Mario Martone) è stata vista da circa 2 milioni di telespettatori per l’evento trasmesso dalle reti RAI.

Ma in questo periodo le attrazioni di Milano sono tante. Negli spazi espositivi al piano terra di Palazzo Morando, sede del “Museo del costume, della moda e delle immagini”, è allestita la mostra per immagini di “Milano e la mala”, un viaggio nella Milano dei “banditi”, della rapina di via Osoppo, di Vallanzasca e dei latitanti mafiosi. Siamo in via S. Andrea, in pieno quadrilatero della moda che in questo periodo si riempie di visitatori provenienti da tutto il mondo per lo shopping natalizio.

E’ quest’anno Milano è particolarmente “militarizzata” per via delle norme antiterrorismo: varchi chiusi da blocchi di cemento, presidiati da forze dell’ordine, infatti, sono presenti in tutta la zona che dal Duomo porta al Castello Sforzesco; militari con i mitra spianati presidiano, ad esempio, via Dante o alcune stazioni della metropolitana.

Spostandosi solo un poco dal centro (siamo ad esempio nella zona di via Padova)  ciò che balza agli occhi dell’osservatore è il continuo e costante incremento di presenze di stranieri stabilmente residenti in città, in particolare per quanto riguarda la comunità dei cinesi:  Milano, infatti, è la città d’Italia che conta il maggior numero di  cognomi cinesi e le attività commerciali gestite da orientali ormai non si contano più. Ciò che fa parlare di una vera e propria “cinesizzazione” della città; laddove invece la “milanesità” sembra essere sempre più relegata a nicchie territoriali o di frequentazioni (gruppi di amici o conoscenti – pensionati, impiegati o professionisti – che preferiscono ritrovarsi nei luoghi di lavoro, nelle loro case o nei locali – in particolare quelli della “movida” e di corso Como).

Se c’è una città in Italia dove pubblico e privato sembrano andare a braccetto questa è proprio Milano, che, non a caso, attira sempre più commercianti o imprenditori orientali (non a caso le due maggiori squadre di calcio cittadine sono in mano a due cinesi) e dove le attività commerciali gestite da stranieri, in particolare cinesi, sono in continua crescita. Segno questo dell’indiscusso carattere internazionale della città, dove il rapporto tra impresa e pubblica amministrazione è fattivo e concreto (segno ne è, ad esempio, proprio la contemporanea presenza in pieno centro di due alberi di Natale, uno allestito dall’amministrazione comunale, l’altro da Swarowsky).

 

 

Italia/attualità

CRONACHE DAL NORD OVEST
di Giampiero Calia – settembre 2017

 

L’osteria al “fronte” di piazza Vettovaglie, tra movida e spaccio di droga.

il posto è un “vecchio” fondo che ha almeno cinque secoli di vita. “In questa zona, nel passato “glorioso” di Pisa, c’erano botteghe di salumai, pizzicagnoli e vinai, e questi fondi facevano da deposito per i generi alimentari – così il titolare dell’osteria, dove si servono vini, salumi ed altri prodotti della tradizione pisana, che all’interno mantiene intatta la sua struttura con volta alta a botte – cerchiamo di mantenere uno standard “alto” di qualità in una zona, piazza delle vettovaglie, che da quando è diventata il centro della “movida” pisana ha visto aumentare locali che vendono anche cicchetti ad un euro”.
Questa stessa piazza è diventata prima centro di ritrovo serale e notturno per gli universitari e poi centro della “movida” cittadina.
”Oggi la gente – continua il proprietario del locale – fotografa, guarda là – e mi indica una bancarella di frutta e verdura – gli ambulanti come se fossero una caratteristica del posto, quando invece qui di caratteristico ci sono proprio i “fondi” come questo”. Quelli che il proprietari del locale chiama fondi sono androni con i soffitti molto alti e che per secoli hanno custodito generi alimentari di tutti i tipi ed alimentato un commercio che qui esiste almeno dal cinquecento quando fu proprio Cosimo de’ Medici a volere questa piazza”. Da sempre, infatti, la zona è stata centro del commercio e degli scambi della città e solo nel novecento è diventato mercato ortofrutticolo. E’ chiaro che il proprietario tradisce l’orgoglio tutto toscano di una Pisa più antica e dal passato “glorioso”.
” E poi qui – continua indicando proprio di fronte all’osteria – ora hanno chiuso un intero vicolo perché lo spaccio di droga era diventato all’ordine del giorno ed a cielo aperto.”
Seduto ad un tavolo di legno massello il “socio” del titolare ci mostra il catalogo di Gerolamo Bolli.

Gerolamo Bolli, l’ultimo degli espressionisti toscani.
Sembrano quadri che si rifanno direttamente a Van Gogh o a Ligabue, tanto evidente è lo stile espressionista. Gerolamo Bolli (pseudonimo di Pier Luigi Buscemi) è pisano ed è proprio in questo angolo di pisanità “verace” nel bel mezzo di una Pisa “turistica” e “studentesca” che espone le decine di tele ad impreziosire un locale vecchio di secoli che conserva perfettamente i prodotti toscani, come i salumi, i formaggi, o il vino servito alla “mescita”.
Tra i dipinti, di diversa grandezza e con soggetti vari (soprattutto ritratti) anche uno schizzo a matita (una caricatura piuttosto) del livornese Paolo Bucinelli (in arte Solange), volto tv degli anni ottanta/novanta, a dire di uno spirito goliardico (tutto toscano) e di frequentazioni della pisana “Mescita” tra cui anche il figlio del pittore, l’attore e regista teatrale Andrea Buscemi.

Prato: la Chinatown d’Italia e l’invasione degli immigrati

E’ fuori dai grandi giri del turismo toscano da milioni di visitatori all’anno. Tra Pistoia e Firenze, è praticamente “attaccata” a quest’ultima tramite Sesto fiorentino. Grande è stato lo sviluppo della città nel ‘900: intorno al pur piccolo centro storico, infatti, si è sviluppata una zona residenziale da quasi 200.000 abitanti, ed intorno a questa una zona industriale che nel tessile ha avuto negli anni passati il suo punto di forza.
Arrivandoci nel primo pomeriggio di uno dei giorni di agosto da bollino rosso, ti trovi in una piazza Santa Maria delle Carceri deserta e assolata. L’unico posto all’ombra è sotto ad un torrione del Castello dell’Imperatore, dove proiettano ininterrottamente uno dei film della rassegna cinematografica estiva. Come deserto è anche il bar all’angolo di piazzale San Francesco all’ora del caffè. Allora per trovare un po’ di gente entriamo in un ristorante tipico pratese, ma in maggior parte qui sono impiegati degli uffici comunali dei dintorni in pausa pranzo.
Ma se a Prato, anche d’estate, mancano i turisti, chi non manca sono gli immigrati, di tutte le nazionalità e condizioni: già nel treno, appena prima di arrivare in città, lo avevamo notato da un diverbio per “futili motivi” tra una donna dell’est Europa ed un ragazzo di colore; appena messo piede in stazione, poi, un crogiuolo di nazionalità e di lingue. La più diffusa senza dubbio è quella cinese, tanto da essere considerata, Prato, la Chinatown d’Italia. L’esplosione del fenomeno risale ad anni recenti, con la crisi dell’industria tessile locale, passata in mano, appunto, ai cinesi che, con i pagamenti “cash” e senza “troppe storie”, hanno avuto il via libera in buona parte dell’economia della zona (è di pochi giorni fa la notizia di un cartello immobiliare “vendesi solo ai cinesi”).
Ma l’immigrazione a Prato non è solo questo: è anche lo spaccio a cielo aperto ed in piena piazza del Duomo da parte di tunisini,marocchini e nigeriani, tanto da scoraggiare i vicini negozianti ad aprire in orari “sensibili” ed i pochi turisti ad evitare le zone a più alta concentrazione di acquirenti e spacciatori.
Nella centrale piazza del Comune giovani e meno giovani prendono il fresco all’ombra della statua del mercante Francesco di Marco Datini (1335-1410) realizzata da Antonio Garella nel 1896 e dell’aria condizionata del Museo di Palazzo Pretorio (dove tra l’altro sono esposti capolavori di Donatello); ed è sintomatico il dialogo (sugli scalini del Palazzo Pretorio) tra alcuni anziani residenti del posto: argomento di conversazione, guarda caso, gli immigrati.

Ma siamo poi così sicuri che il mare delle cinque terre sia da bandiera blu?

Levanto (Sp)– Tra il mare e le colline boschive, nel Parco delle “cinque terre”, la baia di Levanto si trova in un’insenatura che da un capo all’altro dista non più di un chilometro. E’ una delle “perle” del turismo ligure (riviera di levante, quella di La Spezia). Il paese si inerpica dalla costa fino ai boschi con costruzioni in stile liberty di inizio ‘900 ed altre invece del secondo dopoguerra. I suoi abitanti sono più di cinquemila. Interessata da un turismo di massa fin dagli anni sessanta, oggi è molto frequentata da russi, francesi e tedeschi. Ma sono soprattutto milanesi i suoi ospiti più assidui. Non mancano testimonianze storico – artistiche (come la chiesa di Sant’Andrea di epoca rinascimentale) o attrattori turistici (come il casinò municipale che negli anni tra i ’60 e i ’70 fu gestito da Gino Paoli che ne fece la versione ligure de “La bussola”). Sullo stesso lato del promontorio agli inizi del ‘900 fu costruita “villa Agnelli “(tre stabili con giardini e spiaggia privata, ancora oggi una delle residenze estive della famiglia torinese), la prima di diverse ville incastonate a picco sul mare (in evidente contrasto con le leggi vigenti in materia ambientale).
“Oggi Levanto non è più gestita a livello amministrativo come negli anni passati (e mentre lo dice notiamo il sindaco in spiaggia in uno degli stabilimenti balneari), soprattutto nel suo periodo d’oro (tra i ’60 e i ’70). Il casinò ad esempio (in passato vanto del paese) oggi è utilizzato come struttura per i bagnanti di mattina e discoteca la sera. Prima qui venivano a passarci le vacanze cantanti, attori, industriali. Fino a qualche anno fa era solito venirci Lapo Elkann. Oggi Levanto sembra in balià del turismo di massa.” A parlare è un levantese doc che ha vissuto questa trasformazione. Lo stesso, inoltre, ci dice che ,” a dispetto delle bandiere blu e dei turisti che raggiungono la zona anche e soprattutto per il mare, queste acque non sono poi così pulite come sembrano: da una parte e dall’altra delle cinque terre ci sono i cantieri navali e diverse industrie (del petrol-chimico, dell’acciaio) sia di la Spezia che di Genova; in particolare poi nella baia di Levanto scarica un corso d’acqua che raccoglie i reflui dei campeggi che ci sono sulle alture.” Addirittura dalle parti di La Spezia si producono armi (anche all’uranio impoverito) ed il nostro ci dice di alcuni casi di morti sospette. Tra i problemi ambientali che affliggono la zona vi sono poi gli incendi (parte del bosco verso Genova è ancora spoglio per via di un incendio di qualche anno fa) e le alluvioni (la stessa zona è infatti recintata da barriere metalliche dopo che c’è scappato il morto quando una macchina è precipitata in basso).

 

Torino, la Juve e i calabresi. Quel triangolo a sud tra Mirafiori e corso Orbassano
di Giampiero Calia – 11/07/2017

A partire soprattutto dal secondo dopoguerra, tutta la zona a sud della città torinese, ha ospitato decine di migliaia di meridionali. E’ il triangolo di Mirafiori sud-Mirafiori nord e il Lingotto “colonizzato” da emigranti meridionali, attratti dal boom economico e dalle speranze di ricchezza incarnate dalla Fiat, la più importante industria automobilistica del Paese.
La Fiat, infatti, ha costituito un vero e proprio modello di capitalismo industriale a livello europeo e nello stabilimento di Mirafiori, in particolare, all’apice della produzione (negli anni ’60), ci lavoravano ben settanta mila lavoratori (di cui il 70-80% meridionali).
Lungo tutto il periodo che va dalla nascita dell’industria fondata da Giovanni Agnelli alla riqualificazione urbanistica dell’intera zona (operata soprattutto in concomitanza dei Giochi Olimpici invernali del 2006) sono sorte vie e corsi (via mille lire, corso Giovanni Agnelli,  ecc.) dedicate all’esperienza  Fiat. Ed è esattamente da quest’esperienza, in particolare dal contesto Fiat – Giovanni Agnelli di inizio del secolo scorso, è nata anche la squadra di calcio della Juventus.
La Juventus, infatti, è un po’ l’emblema del rapporto che c’è tra la città, la Fiat ed i meridionali, dato anche il suo numeroso seguito in tutta Italia (e nel sud in particolare).
Oggi, dove sorgeva lo stabilimento Fiat di Mirafiori, ci sono ci sono ben due milioni di metri quadrati di capannoni abbandonati, proprio a ridosso del centro fieristico e commerciale de “il lingotto”.
Una zona insomma, quella alla periferia sud di Torino, per tutto il novecento “colonizzata” da meridionali: intere vie, ancora oggi, sono popolate da vere e proprie comunità, ad esempio di pugliesi o di calabresi, magari tutti di un determinato e specifico paese (dato che all’inizio del fenomeno migratorio ne emigrava solo qualcuno dal paese e poi, magari alla spicciolata, salivano su parenti, amici fino ad attrarre un numero consistente di paesani attratti dall’emigrante di ritorno con la macchina nuova fiammante). E’ il caso, ad esempio, di Corso Orbassano. Sono molti i calabresi di origine qui (in tanti ormai “emigrati” di seconda o terza generazione). E’ stato soprattutto negli anni ’60 che gli emigranti dal sud Italia (nel periodo n cui erano diffusi i cartelli per gli affitti con su scritto “non si affitta ai meridionali”) si sono trasferiti formando poi vere e proprie colonie (corso Cosenza, ad esempio, è proprio al centro del triangolo di Mirafiori e Lingotto). Vincenzo, ad esempio, gestisce un b&b proprio in corso Orbassano,” mi sono trasferito qui ormai da vent’anni” – ci dice, lui vive in un appartamento poco lontano.
Segno della trasformazione urbanistica avvenuta in questa zona della città, in concomitanza delle Olimpiadi invernali del 2006, la passerella olimpica che congiunge il Lingotto al quartiere di Filadelfia (tra Mirafiori e Lingotto). Ed è proprio nel quartiere Filadelfia che si trova lo stadio Olimpico, prima della costruzione dello Juventus Stadium (avvenuta nell’ambito della stessa riqualificaione), unico stadio per le due squadre di calcio cittadine.
Ed un sorta di favola sportiva, che riguarda proprio Torino, la Juve e i calabresi, si è consumata con il finale di stagione del campionato di calcio di serie A, con la Juventus che ha alzato il suo sesto scudetto consecutivo allo Stadium proprio nella partita contro il Crotone, la piccola squadra calabrese di provincia che si è salvata (rimanendo in A) all’ultima partita.
E per celebrare quello che può considerarsi un piccolo miracolo sportivo, l’allenatore del Crotone,Davide Nicola, ha fatto (mantenendo fede ad una promessa/scommessa) il tragitto Crotone – Torino (città, quest’ultima, nel cui circondario, da calabrese, ci vive) in bicicletta, anche per sensibilizzare l’opinione pubblica al rispetto delle regole stradali (suo figlio Alessandro è deceduto in seguito ad un incidente mentre era  alla guida della sua bicicletta).

 

Italia/attualità

Il sistema culturale torinese: un modello per la città capitale europea della cultura 2019?

di Giampiero Calia – 15/05/2017

 

TORINO – Il sistema della fruizione culturale a Torino è collaudato se è vero che solo gli utenti delle biblioteche civiche torinesi sono stati, nel 2016, più di un milione. Se ne è discusso presso la Biblioteca civica centrale di via della Cittadella in occasione della “settimana della lettura” (dal 18 al 23 aprile) per l’inaugurazione dell’iniziativa “Torino che legge” (progetto del comune di Torino in collaborazione con il “forum del libro”).

La qualità dell’offerta culturale del capoluogo piemontese è molto elevata, sia per quanto riguarda i “contenitori” (si pensi solo per citare degli esempi alla Reggia di Venaria o al Museo del cinema) che il contenuto (solo in questo periodo ci sono contemporaneamente retrospettive dedicate a Giotto e Caravaggio, mostre di nomi noti come Kandinsky o Klee ma anche di esponenti della cultura locale come Peretti Griva: nella biblio-mediateca e presso il Museo del cinema è infatti allestita una mostra, “Tonalità tangibili. Peretti Griva ed il pittorialismo italiano”, con le foto del torinese di inizio secolo che diede vita ad una vera e propria corrente artistica – quella del “pittorialismo” – tramite l’uso in fotografia di particolari tecniche che rendevano il bianco e nero con diverse tonalità).

Presso il Circolo dei lettori si è tenuto invece un incontro (tappa di avvicinamento al Salone del libro) con il direttore della Fondazione Matera – Basilicata 2019, Paolo Verri, che ha illustrato il “caso Matera” ad una platea di addetti ai lavori.

Mentre il 18 ed il 19 maggio la capitale europea della cultura per il 2019 sarà presente al Salone del libro con eventi nell’ambito delle iniziative di “Oltre il confine”.

 

Basilicata e mezzogiorno/attualità

Matera, è se il vero modello fosse quello urbanistico?

di Giampiero Calia – 16 dicembre 2016

 

MATERA – Se arrivi alla stazione di Villalongo, le uniche persone che vedi sono gli amici o i parenti in attesa a piccoli gruppi soprattutto davanti ai piazzali degli autobus. E’ infatti così che il grosso dei visitatori arriva in città da Torino o Milano, piuttosto che da Firenze o Roma. E’ un piazzale adibito agli arrivi e le partenze di due importanti compagnie di trasporto su autobus. Come si sa infatti treni diretti nazionali a Matera non ne arrivano. Ci sono però collegamenti (sempre su ruota) con l’aeroporto di Bari Palese e solo da poco con la nuova tratta Taranto – Milano del “freccia rossa”.

Quello dei trasporti dunque pare (anche se a ben vedere il sistema infrastrutturale lucano, ad esempio con l’aviosuperficie della pista Mattei a Ferrandina, può rappresentare invece un modello di sostenibilità) essere il primo e più evidente gap infrastrutturale di una città, Matera, che appena due anni fa è stata proclamata capitale europea della cultura per il 2019 e che, dopo aver nascosto la sua vocazione turistica per circa ottant’anni (la destinazione turistica del complesso architettonico dei Sassi era già stata individuata nel primo piano urbanistico della città, quello redatto in bozza dall’ingegner Vincenzo Corazza negli anni trenta e diffuso al pubblico per la prima volta il 24 settembre scorso a Matera) oggi è una delle mete più ambite del turismo nazionale ed internazionale.

Il più importante istituto di ricerca per il mezzogiorno, lo Svimez, ha stimato in circa 4,5 mld di euro gli investimenti in infrastrutture nelle capitali europee della cultura dal 1985 al 2012. Nel caso di specie di “Matera 2019” la spesa complessiva prevista in conto capitale dal 2015 al 2020 è di circa 650 mln di euro (di cui una parte cospicua da utilizzare per “infrastrutture legate all’accessibilità della città”; anche se a beneficiarne sarà l’intera Basilicata)

Il gap delle infrastrutture, come sanno bene gli urbanisti, non incide solo sul flusso degli arrivi in una città ma anche su conformazione e sviluppo delle zone in cui insistono stazioni, aeroporti, ecc., per via dei servizi da assicurare ai viaggiatori. Interi quartieri infatti sono stati interessati da riqualificazione (quando non sono nati proprio in conseguenza della costruzione delle  stesse infrastrutture)  proprio attorno a stazioni o aeroporti: basti pensare, solo per fare degli esempi, a Fiumicino o la Tiburtina a Roma, a Bari Palese, ecc. Insomma quando sorge una stazione di conseguenza nascono delle attività, si creano dei servizi, e ciò sarebbe di vitale importanza anche per la riqualificazione delle periferie.

Quella delle periferie è questione che conosce bene Renzo Piano, perché ci lavora da anni con il gruppo G124. Il progetto a cui lavora è quello del “rammento” delle periferie,  perché sfida, o addirittura missione, dell’architettura (da un’ intervista a La Stampa) sarebbe proprio salvare le periferie.

Infatti percorrendo le strade di notte in periferia a Matera (e siamo al rione san Giacomo) la sensazione è quella di trovarsi in un deserto, la stessa che in definitiva si prova attraversando un qualsiasi paese o la periferia di una qualsiasi grande città. Ed è proprio questo che l’architetto intende quando parla di buchi neri o di sobborghi (citando il caso delle “banlieu” parigine, luogo di coltura, tra l’altro, anche del terrorismo islamico) in cui la questione urbanistica diventa questione sociale (come il caso dei “ghetti” nelle grandi metropoli americane, in cui a fronte di una diffusa criminalità sorge anche il fenomeno dei recenti e purtroppo numerosi casi di persone di colore uccise dalla polizia, o ancora quello delle “Vele” a Napoli).

La questione urbanistica, insomma, è alla base della vita stessa di una comunità: l’organizzazione dello spazio urbano, infatti, può determinare i fenomeni sociali (sia nel bene che nel male): è dall’assetto urbanistico della città di Napoli (con la divisione di interi quartieri per ceto sociale) che è possibile la criminalità nei quartieri spagnoli o in quello della Sanità.

Anche i rioni Sassi di Matera, in realtà, prima di diventare una “perla” nel mezzogiorno per turismo e cultura e fino agli anni 50 (gli anni della legge De Gasperi sul “risanamento dei Sassi di Matera” ), erano interessati dal degrado (un degrado fatto soprattutto di miseria e di malattie). A ben pensarci, dunque, è stato illuminante aver voluto svuotare i Sassi e redistribuire la popolazione secondo un Piano Regolatore (nel caso di Matera quello di Piccinato). Perché allora, e in questo Matera potrebbe essere un modello, non seguire lo stesso criterio ad esempio per Napoli?

La sensazione dunque che si prova giungendo a Matera è ancora più amplificata dal turbinio di gente, luci e negozi, che ci si trova innanzi non appena si raggiunge il centro storico della città (da via Lucana e fino ai Sassi) della città.

E se è vero che fino a questa estate tutta l’attenzione sembrava spostata sul centro della città anche in vista dell’appuntamento con la “capitale” Matera 2019 (una legge regionale, ad esempio, ha previsto una particolare disciplina “agevolatoria” per il cambio di destinazione d’uso – da commerciale e/o residenziale a turistico-alberghiero – di determinati immobili del centro storico; è inoltre in corso d’opera il rifacimento di una tra le più importanti piazze cittadine, piazza San Francesco, ed è in cantiere anche la riqualificazione della centrale piazza Vittorio Veneto ), l’amministrazione del sindaco in carico Raffaello De Ruggieri sembra invece voler dare un nuovo impulso alle periferie (in linea con quanto previsto dalla normativa nazionale  che, con la ultima legge di stabilità, sbloccherebbe circa 2 miliardi di euro per la riqualificazione delle periferie nell’intero territorio nazionale). A rendere viva la periferia, negli ultimi mesi, ci hanno pensato alcune associazioni o artisti: è stato il caso, ad esempio, di una rassegna letteraria itinerante per i quartieri (“Amabili confini” a cura dell’associazione Gigli e gigliastri), o ancora di iniziative di “urban street art” (proposte dall’artista materana Monica Palumbo).

Tra gli interventi che l’amministrazione del sindaco De Ruggieri intende portare avanti ci sono quelli della costruzione di centri di quartiere (in linea con quanto previsto dal primo Piano Regolatore materano) ed esattamente di un centro culturale nel quartiere Spine Bianche, di un centro sociale e di un centro ambientale nel quartiere san Giacomo.

 

Italia

Dal west alla via Emilia

di Giampiero Calia – Aprile ’16

SESTO FIORENTINO (FI) -Prendiamo un treno regionale, di quelli che hanno un solo bagno in cima al convoglio. Viaggio con una crew bolognese dove i “ragassi” si riconoscono dalla s sdrucciola ed anche da una capacità naturale di fare gruppo ed in cui c’è sempre un “mona” dalla battuta facile.

Attraversiamo prima le alture dell’appennino ((Vaiano, Vernio, Grizzano, Monzuno), appena dopo Prato,   con gallerie lunghe fino a venti chilometri e poi la pianura (Pianoro, Rastignano, San Ruffillo) verso Bologna.

Il treno lo abbiamo preso dal “west”, quel Sesto fiorentino colonizzato da gente che, soprattutto negli anni del boom economico,  partiva in cerca di fortuna. Per un lavoro alla “Richard Ginori” (dove fabbricano ceramiche) o alla “Cartoneria fiorentina”.  Ieri erano soprattutto i meridionali; oggi sono i cinesi. E proprio come le città del Texas o della California è distesa, come propaggine di Firenze, in una valle, quella dell’Arno, circondata, sul versante est, dai monti  dell’Appennino, tra cui, oltre il più famoso Abetone (dove ci sono gli impianti sciistici), il Monte Morello (da cui è possibile fare osservazione astronomica) o il “mitico” Falterona (cantato da Dante e da cui sorge l’Arno).

Quelli che stiamo attraversando con il regionale delle 15,20 sono i luoghi – come ci racconta il ragazzo vestito con uno spolverino nero – di Dino Campana, che da queste parti ancora se lo ricordano. Spesso, durante i suoi vagabondaggi, si tratteneva in compagnia degli abitanti del luogo mangiando caldarroste. “Si faceva ricoverare in tutti manicomi della zona” – racconta ancora il ragazzo. Insomma l’anima di questi paesi, soprattutto di Marradi (in cui era nato) o Gerbarola, che, per gli abitanti del luogo (ma anche per diversi critici), è stato uno dei più grandi poeti italiani di inizio novecento.

Appena prima del west, siamo partiti da Firenze, dal cuore della cultura classica: piazza della Signoria. La bellezza del’arte rinascimentale qui è a portata di tutti. Nella “loggia della Signoria”, infatti, esemplari unici sono a disposizione (gratis) per il godimento di tutti. Forme scolpite di uomini e donne nudi a rappresentare temi mitici o storici. Appena dopo, una trentina di pittori (tutti con regolare licenza: il comune di Firenze ne rilascia centocinquanta per tutta la città) dipingono in piazza degli Uffizi. Raggiungiamo infine piazza Duomo, lì dove la facciata rinascimentale della Cattedrale contiene già elementi del barocco e del gotico e dove il Brunelleschi guarda la sua cupola.

E appena dopo la via Emilia siamo giunti a Bologna, la città che qualcuno (forse) ha definito per metà Napoli e per metà Milano.

 

Matera e la Basilicata alla BIT di Milano: quale il valore dei dati di un settore in crescita alla luce della proclamazione di Matera a “capitale europea della cultura 2019”?

Di Giampiero Calia – Febbraio ’16

MILANO – Si svolge in questi giorni alla Fiera di Milano la Borsa Internazionale del turismo. Presente anche quest’anno una delegazione lucana (compresa per lo più nello stand istituzionale della Regione Basilicata). Celebrati i dati in crescita del settore, ma quale il reale valore del turismo “made in Lucania”?

L’aumento del flusso turistico nella città dei Sassi dalla sua proclamazione a “capitale europea della cultura per il 2019” si attesta nell’ordine del 40-50% rispetto ai dati del 2013: 180000 sono stati infatti i visitatori nel 2014. Non ancora disponibili i dati totali del 2015 (laddove Federalberghi ha diffuso i soli dati di dicembre 2015: 50000). Considerando invece quelle che sono le presenze turistiche (in termini di soggiorno nelle strutture ricettive regolarmente registrate) dell’intero bacino regionale si tratta di più di 600000 visitatori l’anno, laddove i visitatori, anche solo di passaggio, sono in totale più di due milioni. Sono questi i dati diffusi anche alla Borsa Internazionale del Turismo, in corso in questi giorni a Milano.

Spesso si fa il paragone con la vicina Puglia che in fatto di presenze turistiche registra numeri che si attestano sui due milioni sia per la zona del Gargano che per quella del Salento. Ma Matera è un’altra cosa: innanzitutto perché il suo principale attrattore sono i Sassi, ossia un sito archeologico. E ricordiamo che un luogo come Ercolano, ad esempio, è visitato da non più di quattrocentomila persone all’anno.

Che il turismo sia uno dei fattori per la crescita del territorio nessuno lo mette in dubbio. Ma si ha come l’impressione innanzitutto che, in concomitanza degli “eventi” che richiamano in città migliaia di turisti in quanto “popolari”, i cittadini siano come ostaggio della propria città (ma ciò è poco male dato che qualche piccolo sacrificio in realtà può portare maggiori benefici); poi che non ci sia altra proposta che quella relativa ad eventi “popolari”, nel senso che sono pensati e nascono per richiamare il maggior numero di persone. Insomma come se il titolo di capitale europea della cultura sia solo un pretesto per fare soldi, per fare numeri, per raccogliere consensi, e non come occasione di vera crescita culturale.

Due soli “eventi” a Matera hanno richiamato in città, nel mese di dicembre scorso, circa 50000 visitatori. Due iniziative che hanno avuto risonanza nazionale per via soprattutto della televisione di Stato. Due iniziative che però nulla hanno a che vedere con la specificità culturale del territorio in vista del recente riconoscimento di capitale europea della cultura.

In fatto di numeri infatti nulla da dire. La questione è la modalità di gestione di tali eventi. Per uno di tali eventi, infatti, la volontà pubblica (ossia del comune di Matera) sembrava orientata a non concedere il permesso (ossia le autorizzazioni necessarie e la concessione di risorse economiche), tranne poi fare retromarcia appena qualche giorno prima della manifestazione ( tanto che è stata emanata nottetempo e solo a ridosso della manifestazione la delibera comunale di concessione). Per l’altro, invece, a parte una spesa della Regione di oltre 500000 €, è stata affidata la comunicazione dell’evento (compreso il servizio relativo ai social network nonchè la messaggistica) alla locale mediateca provinciale con personale esterno al centro di produzione Rai (di Milano) con funzionari e/o addetti delle pubbliche amministrazioni locali, di agenzie regionali, nonché del comitato promotore di Matera 2019sia dell’ATP. Insomma lo stesso servizio esterno che il direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto, ha detto di voler eliminare per i prossimi eventi RAI di questo tipo.

C’è poi il business (o forse sarebbe meglio di la giungla) dell’ospitalità con decine di bed and breakfast e case vacanze che spuntano come funghi: con addetti che si lamentano per il ruolo dei punti informativi (i turisti verrebbero dirottati solo in b&b e case vacanze “amiche”). Ad inizio dicembre, infatti, già si parlava di “tutto esaurito” nelle strutture ricettive per i due “eventi”, laddove invece vi erano diversi alloggi e stanze a disposizione.

 

Altamura, la “faida” delle feste.

Di Giampiero Calia – Ottobre ’15

ALTAMURA (BA) – L’omicidio di un noto pregiudicato, Bartolo D’ambrosio, nell’estate del 2010 ha cambiato gli equilibri “criminali” nel piccolo paese del barese. E’ di qualche mese fa l’episodio di una bomba, che ha causato un morto e diversi feriti, fatta esplodere all’esterno di una sala slot e per cui sono state arrestate quattro persone, tra cui Mario D’Ambrosio, fratello del pregiudicato ucciso. Alla base del gesto il “racket” del gioco.

Ma quello del controllo delle feste private organizzate in ville o casolari nelle campagne limitrofe è fatto del tutto nuovo ed inquietante.

Il fermento di dj set e dance hall in Puglia è fenomeno di cui si sono occupati di recente anche i due critici musicali di Repubblica, Ernesto Assante e Gino Castaldo. Ebbene, ad Altamura (e paesi vicini) si organizzano regolarmente (di solito il sabato), e da diversi anni (erano i primi anni del 2000 quando la prima crew di questo genere, l’I&I project, dava vita ad un vero e proprio fenomeno musicale), feste in cui a farla da protagonista è la musica techno o dub.

Gruppi diversi di ragazzi che auto producono la loro musica e poi la mixano dal vivo con consolle e casse, a volte artigianali, altre con strumentazioni molto raffinate.

Feste che possono essere “pubbliche”, ossia “regolari” (nel senso che gli organizzatori pagano la Siae) che di solito si tengono in capannoni, o “private”, “clandestine”, che si tengono in ville o casolari (a volte di proprietà, altre abbandonate) o dove capita (la dance hall può essere organizzata anche in mezzo ad una strada) a cui si accede tramite passaparola e che finiscono quando arrivano gli agenti delle forze dell’ordine.

I problemi nella cittadina pugliese sono sorti nelle feste del secondo tipo: a parte infatti feste in cui la serata è animata da un vero e proprio spirito di amicizia, ce ne sono altre che comunque richiamano anche centinaia di persone e che generano anche una certo giro di soldi (si tratta di economia sommersa, ingresso e consumazione di solito costano cinque euro, tutto senza bigliettazione o scontrini fiscali), senza considerare, chiaramente, la vendita di stupefacenti (che purtroppo girano ovunque ci sia questo tipo di aggregazione giovanile).Ebbene è proprio questo il business sul quale pare abbia messo le mani la locale criminalità organizzata: diverse sono le segnalazioni di intimidazioni (tanto da impedire che alcune feste si svolgessero) fino all’episodio del settembre scorso della “gambizzazione” di due ragazzi all’uscita di una festa in un casolare sulla statale 96.

 

Le strutture che si occupano dei minori in affido: le Casa famiglia a Matera e la loro gestione da parte delle cooperative sociali

Di Giampiero Calia – Giugno ’15

MATERA –   Francesco (nome di fantasia) esce dalla struttura che lo ospita a Matera per passare una serata ad assistere ad uno spettacolo di teatro. E’ uno dei circa cento minori ospiti di strutture residenziali e/o comunità socio-educative della provincia di Matera (dati 2010 del Sistema Informativo Sociale della Regione Basilicata). La maggior parte di loro hanno tra gli undici ed i quattordici anni e vengono presi in carico dai servizi sociali comunali soprattutto per problemi economici delle loro famiglie d’origine.

I minori vengono affidati a tali strutture (il più delle volte gestite da cooperative sociali) in base a provvedimento del Tribunale dei minori (nel caso di Matera, quello presso la sede distrettuale di Potenza), su segnalazione dei membri stessi delle famiglie, dei servizi sociali, dell’autorità giudiziaria, delle scuole.

Anche in Basilicata, come nel resto d’Italia, il motivo economico pare essere la causa più ricorrente di affidamento ai servizi sociali.

A gestire le strutture che ospitano i minori sono, in genere, cooperative sociali che ricevono finanziamenti pubblici (come del resto succede normalmente nei settore delle politiche sociali, del welfare e dell’assistenza). E come per la gestione dei centri per rifugiati, anche tali cooperative ricevono (come quota comprensiva dell’ospitalità del minore) circa 50 € al giorno  per bambino. Spesso la forma di tali strutture è quella della “casa – famiglia”.

 

Il “modello” lucano dell’accoglienza migranti

Di Giampiero Calia – Maggio ’15

MATERA –  Al porto di Taranto, nel 2014, sono sbarcati circa 13.000 migranti (il 15% del totale degli sbarchi in Italia, avvenuti in maggior parte a Lampedusa). Solo nel mese di giugno, tra il 10 e l’11, la nave della Marina militare San Giorgio, dopo un soccorso nel mediterraneo, ne ha sbarcati più di mille.

Molti di questi poi, con autorizzazione della Prefettura, sono stati fatti salire in pullman, senza essere stati identificati, e lasciati alla stazione Anagnina  di Roma.

Dopo l’abolizione della legge Bossi – Fini, e contemporaneamente alle “primavere arabe” a sud del mediterraneo, gli sbarchi in Italia sono aumentati in maniera esponenziale (200.000 solo nel 2014). Con l’operazione “mare nostrum” e poi con “frontex”, l’Italia si è trovata in prima linea a gestire il flusso dei migranti provenienti da Africa, Medio oriente ed Asia minore, e diretti in Europa. Lampedusa, o meglio i lampedusani, in particolare, hanno dato dimostrazione in più di un’occasione (spesso tragica, come dimostrano le cronache soprattutto dall’ottobre 2013, con il naufragio di più di 200 migranti, e fino allo scorso mese di aprile, quando a perdere la vita in mare sono stati più di 700) di una solidarietà tale da essersi meritati una candidatura per il premio nobel per la Pace.

Ed in Basilicata (a poche decine di chilometri da Taranto, dove pure, come abbiamo visto, gli sbarchi sono piuttosto consistenti), come si organizza l’accoglienza?

A sentire le dichiarazioni del suo presidente di regione, Marcello Pittella, la Lucania potrebbe essere modello di accoglienza, tanto da aver proposto l’aumento del numero dei migranti (da 1000 a 2000) da ospitare nelle strutture regionali (i CARA o ex CIE, destinati ai richiedenti asilo ed ai “migranti economici” in virtù di autorizzazioni di Ministero dell’Interno, Prefetture e Comuni interessati). L’ente regionale, inoltre, ha istituito  (con delibera di Giunta del febbraio ’15)un  organismo di coordinamento per immigrati e rifugiati e predisposto una legge regionale sui rifugiati all’esame (n.d.r: al momento in cui si scrive) del consiglio regionale.

Cerchiamo di capire, allora, perché potrebbe essere modello di accoglienza. Innanzitutto, a differenza di quanto successo in Lazio, o nella stessa Sicilia (a Mineo), la gestione dei centri di accoglienza (da parte soprattutto di cooperative che operano nell’ambito delle politiche sociali) almeno sinora pare essere esente da infiltrazioni di tipo criminale; non si registrano episodi eclatanti di intolleranza o di discriminazione, o comunque di contrapposizioni tra residenti e migranti. Anzi si registrano diverse manifestazioni di solidarietà: nel caso dei lavoratori stagionali, ad esempio, in particolare nella zona di Palazzo San Gervasio (ossia al confine con la Puglia), alcune associazioni locali, come l’Osservatorio migranti Basilicata o la Caritas, hanno predisposto una tendopoli laddove fino a tre anni fa era attivo un CIE (Centro Identificazione ed Espulsione).

Il viceministro dell’interno, Filippo Bubbico, in visita a Matera nel novembre scorso, ha voluto visitare uno dei CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) della provincia di Matera.

Diversi i soggetti giuridici che gestiscono il fenomeno dell’accoglienza in Basilicata: si tratta di fondazioni, cooperative e associazioni di volontariato. Come nel caso della fondazione (a partecipazione pubblica) “città della pace” che opera a Sant’Arcangelo (Pz), o delle associazioni Tolbà e il Sicomoro che invece operano a Matera. Questi si trovano a gestire la quota di richiedenti asilo che spetta ad ogni regione.

l’Italia per molti dei migranti è solo un Paese di passaggio (nonostante una norma del regolamento europeo “Dublino 3”, che si vuole modificare, preveda che i migranti devono essere registrati nel Paese di primo approdo), essendo diretti verso i Paesi del nord Europa. Allora è successo spesso (come nel caso di Taranto) che le rigide regole dell’identificazione e/o dell’attesa della valutazione della richiesta d’asilo vengano bypassate e che i migranti, in questo caso, una volta lasciati nelle stazioni ferroviarie o di autobus si presume che si dirigano direttamente verso altri Paesi europei: alcuni in effetti lo fanno, non senza rischi però (ad esempio alle frontiere); altri invece si affidano nelle mani di ennesimi trafficanti (che li trasportano in macchina verso i luoghi di destinazione), altri ancora rimangono a bivaccare nelle stazioni, altri delinquono, altri decidono di seguire un percorso di inserimento in Italia. Quelli invece che vengono identificati al loro arrivo in Italia seguono procedure diverse a seconda che si tratti di richiedenti asilo ovvero di migranti c.d. “economici”.

 

La prostituzione ai tempi del marketing territoriale.

Di Giampiero Calia – Aprile ’15

MATERA – Non è tempo di lucciole eppure si sa che quest’ultime sono attirate dal calore della primavera. E’ già qualche anno che il fenomeno a Matera ha assunto dimensioni prima sconosciute. Attualmente, con l’esplosione del “fenomeno” Matera (capitale europea della cultura 2019, le mega produzioni cinematografiche, ecc.) e con un conseguente aumento del flusso di turisti e visitatori, anche l’offerta di prestazioni sessuali a pagamento cresce.

Un fenomeno che fino a qualche anno fa era praticamente limitato a qualche isolato e sporadico caso. Oggi, invece, le lavoratrici del sesso nella città dei sassi si sprecano: basta dare un’occhiata, infatti, ai siti internet dedicati a questo tipo di offerta.  Ci sono donne dell’est Europa, sudamericane, trans ed anche donne italiane. Per le extracomunitarie (soprattutto sudamericane) non si tratta di immigrate “irregolari”, nel senso che hanno regolari passaporti con visto turistico, valido sei mesi. Praticamente tutte ricevono in casa.

Con la possibilità, infatti, di affittare il proprio appartamento per brevi soggiorni (spesso con la formula della “casa – vacanza”, una sorta di b&b o di affittacamere, con un regime autorizzatorio molto agevolato), in maniera assolutamente legale molti proprietari di case mettono a disposizione i loro appartamenti per uno, due, tre mesi, a tali ragazze, apparentemente per motivi di studio (presso la locale Università) o lavoro (soprattutto per qualche produzione di evento).

Non c’è lo sfruttamento tipico della prostituzione da strada e né il degrado; se vogliamo una qualche forma di “complicità” (volontaria o involontaria) può esserci per chi affitta loro le case o per chi mette a disposizione i siti internet per gli incontri.

Molte di queste lo fanno per come secondo lavoro, esibendosi infatti nei locali notturni della zona (Puglia e Basilicata).

E questo per quanto riguarda le “normali” e tradizionali lavoratrici del sesso. Perché poi ci sono anche le escort, quelle che bazzicano alberghi di lusso e stranieri facoltosi .

 

Sul set di “Ben Hur”, lo stesso di “The Passion of Cristh”: i meccanismi produttivi.

Di Giampiero Calia – Marzo ’15

MATERA – Di produzioni cinematografiche americane (o meglio co-produzioni) a Matera ce ne sono state di diverse, in particolare dopo il successo internazionale di “The passion of the Christ” di Mel Gibson.

Film come “Tha nativity story” (diretto da Catherine Hardwicke) o “The Omen” (remake di una produzione del 1976, con l’attrice Mia Farrow), girati anche a Matera tra il 2006 ed il 2007, sono stati prodotti dai colossi americani “Warner bros” e “Twentieth century fox”, senza che però abbiano avuto lo stesso successo del film di Gibson. Lo scorso autunno, inoltre, ci sono state le riprese di un’altra co-produzione internazionale: “Cristh lord: out of Egypt”.

Ma, finora, solo il film di Mel Gibson ha avuto una certa risonanza mondiale, avallata da tre nomination all’oscar nel 2005, e da un notevole successo di pubblico, con un incasso mondiale di 600.000.000 di dollari. La stessa “caratura” dell’attore e regista statunitense (sua l’idea di realizzare un film sulle ultime ore di vita di Gesù; in incognito a Matera nell’estate del 2002, Gibson si risolse a girare molte delle scene in esterni avendo come sfondo lo scenario antico dei Sassi di Matera) ha contribuito in maniera determinante al successo del film. Dal punto di vista della produzione, “The passion”, infine, aveva un budget  di circa 50.000.000 di dollari.

Quella del remake del film  “Ben Hur” del 1959 è invece un’altra storia: innanzitutto per il budget (ma si sa siamo in tempo di crisi) di 10.000.000 €, poi per il fatto di essere questa produzione (targata “Metro Goldwin Mayer” e “Paramount pictures”)  diversa da quella di “The Passion” soprattutto sotto l’aspetto del cast artistico (in “The Passion”,  Jim Caveziel e Maia Morgenstein, nella parte di Gesù e la Madonna, per il resto il cast era in gran parte italiano: ne hanno fatto parte, tra gli altri, Sergio Rubini, Rosalinda Celentano, Monica Bellucci).

Evidentemente il budget del remake di “Ben Hur” ha influito sulle scelte del cast (da quello tecnico a quello artistico), pur di livello internazionale (Timur Bekmambetov alla regia, Jack Houston – attore inglese trentaduenne – nella parte del protagonista e l’annunciata partecipazione di Morgan Freeman) e su maestranze (in maggior parte romane, di Cinecittà) e comparse (era stato annunciato che sarebbero state più di duemila; in realtà ne hanno selezionati, per quanto riguarda le riprese materane, tre – quattrocento).

In comune però i due film hanno la produzione esecutiva (legata alla holding di Cinecittà) per la parte italiana dei film.

 

Kiarostami, lezione di regia alla scuola Holden

Di Giampiero Calia – Febbraio ’15

TORINO – La calma “ieratica” di Abbas Kiarostami traspare appena dietro gli occhiali scuri. A Torino, nella scuola Holden si tiene la prima delle dieci lezioni di regia, nell’ambito della manifestazione “Sulle strade di Kiarostami”. In un aula della scuola dove si formano i narratori di vario genere, il Maestro è accerchiato da giornalisti e filmakers. Si parla de “Il pane ed il vicolo” (primo cortometraggio del 1970) e di una scena in particolare che condensa, in un’inquadratura, l’immaginario poetico del regista; è lui stesso che spiega svelando un “modo” della sua arte :”C’è una casa in fondo ad un vicolo cieco ed un barattolo vuoto che rotola in discesa. Nell’economia della storia tale ultimo elemento non ha un particolare significato in se stesso. Sullo spettatore però tale elemento sortisce un determinato effetto: quello della ricerca di un significato che può essere trovato solo all’interno di un ciclo, di una sequenza, e quindi del film: in una scena successiva, infatti, c’è un bambino che prende a calci il barattolo, e l’elemento, apparentemente insignificante, comincia a significare qualcosa.”

I giornalisti, i critici ed i conoscitori del cinema di Kiarostami, plaudono allo stile del regista iraniano; qualcuno, a proposito di “Close up”, evoca la poesia felliniana di “otto e mezzo” e ricorda lo stesso “escamotage” dell’elemento apparentemente insignificante usato da Hitchcok con un diverso intento, quello di depistare, laddove Kiarostami lascia allo spettatore la libertà dell’interpretazione. I fortunati partecipanti del workshop, venticinque in tutto selezionati su circa quattrocento, ascoltano attenti “armati” di quaderni e video camere. Notoriamente il regista iraniano non si concede facilmente ai giornalisti, mentre è decisamente disponibile con i suoi giovani allievi che avranno onore, onere e, perché no, la fortuna di confrontarsi (idee in testa e digitali in mano) per dieci giorni con la poetica e la tecnica cinematografica del Maestro per la realizzazione di alcuni cortometraggi. Kiarostami, nel corso della prima lezione, avverte che i lavori da realizzare insieme devono avere soggetti che tengano presente un  limite oggettivo: nessun budget economico. Per il resto telecamere digitali e creatività. “Il nostro cinema da sperimentare – dice Kiarostami concludendo la prima lezione – sarà all’insegna dell’economia e della velocità di esecuzione”.

Cineasta che usa la macchina da presa per posare il suo sguardo sulla realtà con il minimo di artifici possibili, Kiarostami è uno di quegli autori per cui il digitale ha aumentato le possibilità di indagine sempre più scrupolosa della realtà. The Lagoon of the Moon è il suo ultimo lavoro presentato in anteprima a Torino, dove, tra l’altro, gli è stata dedicata la retrospettiva completa di tutti i suoi film: si tratta di cinque cortometraggi, ciascuno composto di un’unica inquadratura di durata variabile tra i cinque ed i trenta minuti, dove “nessuna figura umana si frappone tra la camera di Kiarostami ed il paesaggio”. Quella dell’arte che insegue la realtà sembra essere la cifra stilistica del regista, ed è lungo questa strada che si svolge la sua ricerca cinematografica.

Questo il  “modus operandi” del regista: soggetto di mezza pagina, sceneggiatura di appena tra pagine. “Preferisco una sceneggiatura aperta per le maggiori possibilità che questa offre nel momento in cui la scena viene girata. Addirittura vedendo i miei film molti pensano che io lavori senza sceneggiatura. In effetti sul set dei miei film raramente si vedono fogli scritti o qualcosa di simile ad un copione. Nella convinzione che la realtà muta ogni giorno, il fatto di girare senza una rigida sceneggiatura mi consente una maggiore apertura ai cambiamenti”. Per ciò che riguarda l’inquadratura, inoltre, il regista sembra voler fare il minimo uso della soggettiva “per dare della realtà un’idea più obiettiva, non condizionata dallo sguardo del personaggio”. La stessa telecamera, per il Maestro, deve subire pochi movimenti, quelli strettamente necessari. Solo così si può cogliere la verità, in termini filmici, di ciò che viene ripreso. Quindi l’attore per Kiarostami deve essere parte della realtà da rappresentare, e non colui che la determina, ed il regista “occhio” scrupoloso, il più obiettivo possibile, della stessa realtà.  Così poi Kiarostami parla della musica come colonna sonora di un film “Anche se pare non potersi fare a meno di questa in un film, comunque la musica è qualcosa che va ad aggiungersi alla storia in sé. Deve poter dare emozione solo ciò che viene ripreso.” E’ chiara a questo punto la formazione pittorica e fotografica del regista

Il workshop, comunque, nasce all’insegna dell’interazione tra gli stessi allievi e tra loro ed il Maestro. Ed il primo giorno di lezione è stata già scelta la prima storia: un pianista che cerca di comporre la sua sinfonia ma è distratto dal rumore di tubi ed impalcature in allestimento.

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A Gallodoro per i nastri d’argento

Di Giampiero Calia – Gennaio ’15

MESSINA – C’è un paese di appena quattrocento abitanti sotto l’Etna, a quindici chilometri da Taormina. Già il nome, Gallodoro, evoca atmosfere di sogno e magia. In sospensione tra un cielo ampio ed un mare freddo e cristallino. Solo il paesaggio è di per sé cinematografico. E poi è la settimana del Taormina film festival.

A Gallodoro si sono dati appuntamento una trentina di persone. Ragazzi di quindici anni e donne di trentotto. Stefano viene da Milano. Entra in un’osteria, chiede qualcosa da mangiare mentre un ospite della pensione scende in sala in accappatoio.

Mangia con sorprendente calma, la sua espressione fa già presagire che quella che sta per cominciare sarà una settimana che egli difficilmente dimenticherà.

Su, nel corso di Taormina, è tutto un via vai di gente. Al Palazzo dei Congressi è in proiezione “Palabras  Encadenadas”. C’è poca gente. Il meglio deve ancora venire. I locali però traboccano di gente e l’aria è profumata di limoni.

Appena dopo l’arco, scendendo dalla via principale, vi è uno di questi locali. C’è uno spazio all’aperto, un giardino. E’ qui che si danno appuntamento i ragazzi che sono arrivati da tutt’Italia per partecipare al Campus Internazionale di Cortometraggio. Ci sono il coordinatore, Salvatore, con un suo collaboratore, Tommaso, il Sindaco di Gallodoro e sua figlia, Elio e Fabrizio di Messina, Giulia e Lorenzo di Roma, Freddy e Pico di Palermo, Francesco, Stefano e Michele di Brescia, Fabrizio di Teramo,  Rossella di Cagliari, Olivia e Giulia di Torino, Giulia, Francesco e Alessandro di Mestre, Valentina di Prato, Rosario di Trapani, Mario di Enna, Adriana di Caltagirone, Vanessa, Martina, Rosa, Giorgio ed Emanuele di Messina, Eleonora dei Giardini Naxos. Nel corso della settimana Marcello, Renzo (di Matera), Raffaele e Stefania (di Reggio Calabria) si aggiungeranno ai filmakers o agli aspiranti tali.

Francesco Calogero è regista messinese, l’autore di “Metronotte” con Diego Abatantuono. E’ a lui che tocca instaurare un rapporto con i ragazzi che andrà oltre le semplici lezioni di soggetto, sceneggiatura e regia, ma soprattutto gli toccherà l’arduo compito di “amalgamare”, attorno al cortometraggio da girare, persone diverse tra loro per provenienza, età ed esperienze cinematografiche.

E’ appena la metà di giugno, ma il caldo qui si fa già sentire. Oltre le finestre della scuola dove è stato allestito il campus, l’aria è tersa, vibrante, dolce come l’uva “nerello” appesa ai tralicci dei vigneti sulle colline circostanti. Nel pezzo di mare incastrato tra le scogliere si riflette la luce forte del sole. La tentazione è forte, qualcuno non resiste. E per tutta la settimana è spola tra mare e cinema. Il paese apre le sue porte. La gente qui è discreta ed accogliente. Finalmente un po’ di movimento a Gallodoro dove una coppia di contadini fa il suo ritorno a piedi dalle campagne con i bastoni in mano e addosso autentici vestiti della tradizione siciliana. Un miraggio. Come tanti altri.

Sono appena le sedici, qualcuno sbadiglia. Giulia è al pianoforte e Francesco canta. Freddy e Lorenzo fumano affacciati alla finestra. Fabrizio, Elio e qualcun altro danno due tiri ad un pallone. La signora di Messina con un ragazzo alto e grosso, aspetta e non capisce cosa mai potrà farne suo figlio di un’esperienza del genere.

Impeccabile, pantaloni scuri, camicia a righe e scarpe sportive, Maurizio Aprea, figura storica di Emmefilm e Shortvillage, entra in aula quasi correndo. Le sedie in cerchio. Si parla di post produzione e distribuzione. Della complessità tecnica del prodotto film, tra “visivo” (pellicola 16 e 25 mm, moviola, vhs, file log) e “audio” (colonna guida, doppiaggio, rumorista e musica), tra il mitico “ciak” (sincronia tra due pellicole: il girato senza audio e il solo audio) e la qualità della pellicola, tra dolby surround, trasposizione su nastro e soft ware che filtra i messaggi. Dalla sala di montaggio a quella dove il film verrà proiettato è tutto un susseguirsi di competenze tecniche e specifiche. Tra l’idea e la sua realizzazione ci sono di mezzo diversi passaggi. Ed il regista (perché è di lui che stiamo parlando) è proprio colui che traghetta il soggetto dalla carta alla sala cinematografica, tra ricerca di finanziamenti, contrasti con i produttori e difesa delle proprie idee. Ed è quindi necessario che sappia come “la pellicola mentale” si trasformi poi in fotogrammi, inquadrature e sequenze sul grande schermo.

Subito dopo Aprea è il turno di Claudio Chiossi che nel campo cinematografico rappresenta quell’elemento che non si vede ma che è determinante. Stiamo parlando del suono, della sua “pulizia”, di tracce sonore e risposta audio. Tecnicamente Chiossi è un fonico del mixage che collabora in esclusiva con la Fono Roma. Ed in questo ruolo egli ha all’attivo più di quattrocento pellicole. L’idea di cinema come sola immagine con Chiossi diventa una verità molto parziale.

Nel paese, dove c’è un solo bar ed un solo esercizio commerciale, intanto si realizza una particolare alchimia degli incontri tra i suoi abitanti ed i giovani ospiti, che, divisi in due “squadre”, si “spartiscono” le riprese da effettuare: unità A per le riprese in movimento; Unità B per le postazioni fisse. Quartier generale è diventato il piccolo bar di Gallodoro, dove a sera si “smonta” il set e gli anziani del paese possono ritornare ai loro discorsi, alle loro carte, alla loro birra.  Per le esigenze logistiche e di alloggio, tutti gli abitanti del paese è come se facessero parte della “produzione: c’è chi presta una pentola, chi fornisce passaggi, il Municipio è sempre aperto a qualsiasi esigenza. Un unico grande set dove gli anziani del paese parlano ancora di “cinematografo”.

Il grande orologio sul campanile ogni quarto di ora batte la sua campana. Ed è sempre tempo di granita, che la signora del bar fa portare a suo figlio Mattia. La “Granita magica” porterà registi e operatori, telecamere in mano, su per i tornanti, tra i vicoli, nella piazza e nel bar di Gallodoro. E, finalmente, si gira con telecamere in mini Dv e steady cam. Alla fine del campus i ragazzi avranno anche conosciuto da vicino storie e microstorie di questo paese e dei suoi abitanti.

Calogero coordina  le varie fasi della lavorazione di “Granita magica”, la cui realizzazione pratica (regia, fotografia, scenografia, costumi, edizione e suono) è però opera di tutti i ragazzi del Campus.

Intanto la settimana prevista per il Campus vola via. Per le lezioni è la volta del palermitano Franco Maresco, storico autore insieme a Daniele Ciprì di tutta quella produzione alternativa della Rai 3 di Guglielmi (Blob, Avanzi, Cinico Tv.) Il “personaggio” Maresco non si smentisce. Cinicamente ammonisce :”Voi tutti pensate di fare i registi, ma sappiate che è la cosa più difficile.” Poi si “scatena” sul proliferare dei video corto e sulla loro relativa facilità di realizzazione. Ricorda la coerenza con la quale lui e Ciprì hanno difeso la loro identità di autori scomodi. “Lo zio di Brooklyn” e “Totò visse due volte” sono due film che non hanno avuto vita facile a causa dell’ostracismo dei poteri “forti”: lo stesso produttore del film, Aurelio De Laurentis, nel primo caso e il quotidiano cattolico, “L’Avvenire”, nel secondo.

L’idea di cinema d’autore per il regista palermitano è racchiusa in due nomi: Montero e Kiarostami. Maresco parla del cinema italiano, in termini non proprio entusiastici :”E’ questo un periodo di crisi creativa. Dove il genere che va per la maggiore è quello “para – televisivo” e “para – sociologico” di “Gabriellino” (il riferimento ovvio è a Muccino).” Moretti, Tornatore e Benigni? “Il primo di un narcisismo insopportabile; il secondo conosce molto bene il “mestiere” del cinema, ma la sua Sicilia “color seppia” ormai è solo un clichè; il terzo poi è uno che critica il sistema standoci comodamente dentro.” Lezione conclusiva affidata al vicedirettore della sezione formativa “Ricerca e Sperimentazione” della  Scuola Nazionale di Cinema, Roberto Perpignani, uno che può dire di aver lavorato con Orson Welles, che ha collaborato stabilmente, come montatore, con Bernardo Bertolucci ed i fratelli Taviani. Passato dalla pittura al cinema, non può che essere lui a parlare de “L’estetica del cortometraggio”. La versione provvisoria di “Granita magica” è pronta per la proiezione a cui assiste quasi tutto il paese. Dopo il montaggio definitivo (a Messina a cura del coordinamento del campus) il cortometraggio, affidato alle cure del sindaco di Gallodoro e dell’assessore regionale ai Beni Culturali, dovrebbe essere proiettato a Palermo per “la prima” e poi veicolato in festival e rassegne.

E’ festa per la conclusione del Campus, il sindaco consegna gli attestati, gli abitanti di Gallodoro portano di che bere e di che mangiare. Si discute di cinema, sogni e ambizioni. Questa sera a Taormina ci sono le premiazioni: il Teatro Antico è “tirato a nuovo” per la notte dei Nastri d’argento.

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Puglia “felix”

Di Giampiero Calia – Dicembre ‘14

BARI – Quello che può essere considerato un vero e proprio filone cinematografico pugliese comincia nei primi anni ’90 con “La stazione” di Sergio Rubini.

Ha avuto inizio, infatti, proprio in quegli anni, una sorta di  rinascimento culturale pugliese: basti pensare ad autori (solo per citarne alcuni) che, tra il ’90 ed i primi anni del 2000, si sono affermati a livello nazionale, come Gianrico Carofiglio, Edoardo Winspeare, Alessandro e Andrea Piva, Nicola Lagioia, Francesco Dezio.

Oscar Iarussi, ideatore della rassegna “Tu non conosci il sud” (svoltasi il 25 ed il 26 novembre scorso tra il Teatro Petruzzelli – con la mostra fotografica di Ferdinando Scianna e con interventi, tra gli altri, di Sergio Rubini – lo “how ville” – dove si è esibito Rocco Papaleo – ed il “Palaposte” – dove Roberto Cotroneo ha trattato il tema “Volver a sud”-), ha dichiarato sulla Gazzetta del Mezzogiorno: “Il ’91 è stato un anno cruciale per il sud e per Bari(-). Poi ci sono state le tante narrazioni, da Carofiglio a Winspeare e tanti altri. Un grimaldello della nuova Italia. Ma ora ci siamo afflosciati. Va detto, senza alcuna critica politica, ma la stagione si è chiusa e bisogna guardare oltre.”

Un “ventennio”, quello cominciato nei primi anni ’90, che ha coinciso anche con un altro “rinascimento”, quello musicale: con la riscoperta della “pizzica” salentina, con una produzione musicale che ha lanciato cantanti come Caparezza (tanto che “inno” di quella stagione può considerarsi il brano “Vieni a ballare in Puglia”) ed organizzato eventi come “La notte della taranta” o “Medimex”.

Gianrico Carofiglio può essere considerato a ragione l’autore più popolare per la Puglia. L’ultimo suo romanzo, “La regola dell’equilibrio”, ripropone un personaggio, quello  di Guido Guerrieri (un avvocato che si muove nello scenario di una Bari che oggi, almeno a vedere ad esempio la sua città vecchia, sembra non esserci più), che ha avuto notorietà anche grazie alla trasposizione cinematografica de “Il passato è una terra straniera”.

Motore o volano di questo rinascimento pugliese sembra essere stato anche l’assessorato regionale alle politiche culturali (che, con le due amministrazioni Vendola, pare aver conosciuto un momento particolarmente fortunato): strutture come l’Apulia film commission, la mediateca regionale pugliese o Puglia sound, infatti, hanno fatto proprio ciò che devono fare tali strutture di collegamento tra amministrazione e società civile: promuovere il territorio nell’ambito delle loro proprie competenze.

Il mese scorso al Teatro Margherita è stato organizzato un “book party”, presente anche lo stesso Carofiglio. Ma Bari (e la Puglia), fortunatamente, non è solo Carofiglio: nello stesso mese di novembre, infatti, ci sono stati altri eventi che non hanno proposto nomi altisonanti, ma che sono stati altrettanto di qualità e che hanno proposto, invece, la riscoperta della cultura, dell’editoria, del cinema, quale volano di sviluppo per un intero territorio.

All’interno della Mediateca regionale pugliese, ed in strutture private quali la libreria Feltrinelli o la Taverna del Maltese, si è svolta la prima edizione di “G.e.t. u.p. (svegliamo l’editoria)”: una serie di incontri, seminari, laboratori e work shop dedicati ad operatori e professionisti del settore, organizzati dall’associazione culturale “rigaquarantadue” nell’ambito del programma regionale “laboratori dal basso”.

La Bari (e la Puglia) di questo nuovo corso è anche economia, come nelle sue caratteristiche proprie, commerciale e pragmatica: tanto che è stato pensato ed istituito un vero e proprio distretto produttivo: quello di Puglia “creativa”.

Quanto possono ancora fare e che ruolo potranno svolgere, in questo nuovo corso “immaginato” da Iarussi,  l’assessorato regionale alle politiche culturali, l’Apulia film commission, la mediateca regionale pugliese, Puglia sound, Puglia creativa, ecc.?

E come (ma questa è altra storia) potrà influire in questi equilibri la candidatura di Emiliano a governatore pugliese?

Potenza, la città delle “cento scale”.

Di Giampiero Calia – Novembre ’14

POTENZA –  Non è una città facile, Potenza. Le prime volte che ci si arriva, si ha la sensazione di trovarsi in una città poco ospitale, chiusa. La particolare urbanistica della città, infatti, fa si che, per arrivare nel suo centro storico (con la macchina ci si arriva ma per strade strette e a volte a senso unico), vi è “scalare” tutta la sua collina, a più di 800 metri sul livello del mare (in epoche passate, la città sorgeva addirittura in località Serra di Vaglio, a più di mille metri di altezza).

Oggi le due zone collinari della città (il centro storico ed il centro “direzionale”), collegate attraverso il c.d. “serpentone” (una strada a quattro corsie che collega la parte ovest della città con quella est), sono servite da scale mobili che facilitano di molto l’accesso dei visitatori.

Il nodo del “Gallitello” è invece un’importante snodo viario e ferroviario che conduce alla zona industriale e che collega Potenza con la strada statale “basentana”. Di particolare pregio architettonico un altro raccordo di collegamento con la statale (che a nord si collega con l’autostrada ed a sud porta in direzione Metaponto): il ponte “Musmeci”.

Una delle due scale mobili collega la zona a valle della collina (la prima rampa si trova in corrispondenza dello scalo ferroviario, quasi lungo il corso del fiume Basento), sino alla cima, dov’è la piazza principale. L’altra, invece, collega la località di “Macchia romana” ( sede principale dell’università di Basilicata) con una zona (ancora una volta lungo una collina) adibita sia ad edilizia residenziale che popolare (qui trovano alloggio più di mille abitanti in due schiere di palazzi a forma di “vele”), nonché a centro direzionale (sede anche della Regione Basilicata).

Il totale delle scale mobili copre una lunghezza di più di un chilometro ed è infatti il “percorso meccanizzato” più lungo d’Europa.

Prima di tale soluzione urbanistica (dopo il 2000), per accedere a piedi dal fondo valle fino al centro storico era necessario percorrere una lunga serie di scale. Di qui il nome di città delle “cento scale”, ripreso poi, nel 2013, per un festival che quest’anno è alla sua seconda edizione.

Solo dopo un certo numero di visite a Potenza, solo dopo la fatica di arrivare alla destinazione prescelta, solo dopo il freddo che qui d’inverno non da tregua (la città è circondata dalle montagne dell’appennino lucano), quella sensazione iniziale di difficoltà di adattamento si trasforma in un calore che è tipico della zona, merito anche della particolare genuinità della gente del luogo e di un’ottima aria (nonché cibo) di montagna.

 

I calanchi ed Aliano

Settembre ’14

MATERA –  Da Matera, prendendo la statale 7 (un prolungamento della via Appia),  si cominciano ad incontrare i c.d. “calanchi” all’altezza di Pisticci, passata la Basentana. Da qui, e sino ad Aliano (paese lucano, noto per essere stato sede di confino di Carlo Levi nel 1936), si estendono questi promontori di sabbia lungo un territorio che va dalla valle dell’Agri e quella del Basento (da paesi vicini ad Aliano, quali Sant’Arcangelo o San Brancato, a quelli vicino Pisticci, come Craco, per un tratto di strada di circa cinquanta chilometri). Non è un caso, infatti, che tali conformazioni geologiche (esistenti anche in altre parti d’Italia e che in realtà sono terrapieni di argilla poveri di sorgenti d’acqua) si siano formate proprio qui: la zona fu interessata, dal periodo fascista e fino alla riforma fondiaria (sino agli anni ’70), da grandi opere di bonifica prima e dalla riconversione delle terre (prima dalla silvicoltura all’agricoltura – riforma agraria – e poi dall’agricoltura alla silvicoltura – riforma fondiaria). Insomma nell’arco di quarant’anni la zona è stata interessata da almeno tre interventi di riconversione dei terreni. Intere porzioni di territorio furono disboscate ed il rimboschimento successivo lasciò fuori, soprattutto nella zona dei calanchi, porzioni di territorio attualmente utilizzate solo per il pascolo.

Per il meridionalista Manlio Rossi Doria (uno dei fautori della riforma fondiaria) almeno l’80% della Basilicata doveva essere adibita alla silvicoltura. Tale riforma fu attuata solo in minima parte e la zona dei calanchi si è trasformata in quel tipico paesaggio lunare che oggi conosciamo. Tale situazione ha provocato dagli anni ’60 ad oggi diversi episodi di dissesto idrogeologici: da quello per cui un intero paese (Craco), negli anni ’60, fu svuotato dei suoi abitanti (oggi rimangono solo le costruzioni pericolanti ad indicare quello che è un paese “fantasma”) a quello, nel ’76, che distrusse un intero quartiere di Pisticci; sino alle recenti frane di Stigliano ed Aliano.

Negli anni ’30 (il periodo del confino del medico-scrittore-pittore torinese, Carlo levi) Aliano era non più di un villaggio di contadini: case di pietra, cantine e ricoveri per animali. Quest’agglomerato forma la parte “vecchia” del paese che oggi conta circa 1000 abitanti. Tra questi, uno dei due o tre ultranovantenni ancora in vita, che erano ragazzini quando don Carlo scontò i suoi due anni di confino al paese. “In quel periodo – ci dice – lavoravo “a padrone” facendo la guardia agli animali”.

Quasi tutti gli abitanti oggi vivono nella parte alta del paese, un complesso edilizio edificato dagli anni ’50, quando il paese e la Basilicata cominciarono ad essere conosciuti grazie al romanzo di Carlo Levi, “Cristo si è fermato ad Eboli”.

 

Frammenti toscani: Firenze.

Luglio ’14

FIRENZE – L’aeroporto Leonardo Da Vinci è decisamente fuori mano. Tant’è che se capita di dover prendere un volo di mattina presto, tocca arrangiarsi in qualche modo. Santa Maria Novella, invece, è a qualche centinaio di metri dalla stazione centrale. E’ qui che di solito comincia il giro per le piazze e le vie della città toscana. Dalle colline circostanti, Firenze appare non certo come una metropoli, adagiata com’è nella valle dell’Arno, con le tipiche costruzioni rinascimentali. Neanche le varie frazioni limitrofe danno l’impressione di un agglomerato urbano, perché sorgono ad una certa distanza dal centro e per la maggior parte sono sparse tra la campagna e le colline.

Il fatto è che Firenze è visitata ogni anno da una decina di milioni di turisti (presenze di visitatori nell’anno 2013: – dati provincia di Firenze – 12 mln e 500 mila) a fronte di una popolazione di poco più di 350 mila abitanti.  E’ per questo, infatti, che camminando tra le sue vie si ha l’impressione di essere in pieno centro di Milano o Roma. I motivi dell’importanza storico-artistica di Firenze sono a tutti noti. Una città che ha dato infatti i natali a Leonardo da Vinci o Dante Alighieri non ha certo bisogno di presentazioni. Basta infatti visitare piazza Duomo (con il Battistero, la cattedrale e ed il campanile di Giotto), paradigma dell’arte rinascimentale (con la statua di Brunelleschi che “osserva” la sua creazione), piazza della Signoria e la galleria degli Uffizi, ponte vecchio e piazza della Repubblica per avere solo una vaga idea di quello che Firenze ha rappresentato e rappresenta per l’arte e la cultura mondiale.

Ma c’è anche un’altra Firenze, meno appariscente, ma non per questo meno prestigiosa: la biblioteca delle Oblate, ad esempio, è appena alle spalle della Cattedrale. Un luogo che conserva libri e documenti della storia patria fiorentina (circa 100000 volumi) e che dal 2007 è luogo “di pubblica lettura” (è qui che è stato presentato, tra l’altro, il reportage di viaggio del giornalista e fotoreporter, Andrea Semplici, sulla Dancalia).

Una istituzione della fotografia, la Fondazione Alinari (dal nome dei fratelli fiorentini pionieri mondiali nel campo della fotografia), ha sede a Firenze ed in piazza Santa Maria Novella vi è il MNAF: Museo Nazionale Alinari della Fotografia.

 

Frammenti toscani: tra Pisa e Lucca.

Giugno ’14

PISA – Giugno è un buon mese per la Toscana, quanto meno per la sua parte versiliana. Le strutture balneari già tutte bell’è pronte, sia, ad esempio, a Tirrenia, che nella più famosa Viareggio; solo la marina di Pisa, essendo ancora interessata dai lavori per fronteggiare il fenomeno dell’erosione costiera e dopo la ristrutturazione del porto (i lavori sono durati circa due anni), non è ancora completamente “operativa” (nonostante ristoranti, strutture ricettive e, dalla scorsa estate, anche il porto turistico, siano aperti). Ma poco importa: basta fare una ventina di chilometri con i mezzi della LAM (in Toscana la stessa compagnia assicura i trasporti, sia urbani che provinciali) e ci si trova praticamente in corso Vittorio Emanuele a Pisa. L’importanza storica e artistica di Pisa, cosi come di tutta la Toscana del rinascimento, è nei vicoli , nelle piazzette, nelle chiese e nei palazzi. A Pisa, in particolare, in piazza Miracoli e sul “lungarni”. E’ qui che, a fine giugno, in concomitanza con i festeggiamenti del patrono San Ranieri, si svolge (esattamente sul “ponte di mezzo”) il tradizionale Gioco del Ponte, che rievoca la Pisa antica: si sfidano, in costumi storici, due squadre (che si preparano anche con prove fisiche durante il corso dell’anno), mezzogiorno e tramontana, di qua e di là dal ponte.

Risalendo lungo la costa (sopra la foce dell’Arno) e viaggiando con treni regionali si incontrano (subito dopo Pisa) San Giuliano Terme, Vecchiano, Viareggio, lido di Camaiore, Forte dei Marmi e Pietrasanta. Ed è in quest’ultimo paese che, sempre nel mese di giugno, si svolge la manifestazione di “Anteprime. Ti racconto il mio prossimo libro”. Dalla stazione si sale di qualche centinaio di metri e ci si ritrova nella piazza del Duomo ed ai piedi di un promontorio da cui si gode della vista di tutta la Versilia. Nella piazzetta, nelle sere d’estate, si danno appuntamento scrittori che, appunto, raccontano il loro ultimo libro. Nella patria del marmo, opere di Botero o di Cascella sono installate tra le vie, agli incroci.

Ma anche d’inverno, questo tratto di Toscana sa offrire arte e cultura che si “toccano con mano”. Una cultura, ad esempio, vissuta nel quotidiano di un pub.

Pontedera, febbraio 2013. Il paese, in provincia di Pisa, è noto ai più per le sue industrie, la Piaggio in testa. Pochi però sanno, ad esempio, che tra le vie del paese pisano c’è, tra l’altro, una scultura di Pietro Cascella (l’artista nacque proprio a Pontedera) o un parco dedicato a Jerzy Grotowski (che lì vi morì nel 1999). E’ proprio quest’autore teatrale polacco che ha caratterizzato la compagnia teatrale a lui (ed a Thomas Richards) dedicata. Il teatro dell’Era prende il nome dal fiume che scorre da Volterra e che va a morire nell’Arno.  Ma lo spettacolo di “Electric party song” (una rielaborazione musicata di versi di Allen Gisberg) non si è tenuto in una delle sale del teatro (inaugurato nel 2008), bensì in un pub.

 

Cinema (“Accattone”, “Mamma Roma”, “La ricotta”, “Il vangelo secondo Matteo”) e territorio (la campagna e la periferia romana, i Sassi di Matera): Pier Paolo Pasolini.

Maggio ’14

ROMA – Cade quest’anno il cinquantenario di uno dei film più rappresentativi della “poetica” pasoliniana: “Il vangelo secondo Matteo”, pellicola del 1964 che segue di circa un anno il medio metraggio de “La ricotta”. Alcune scene de “Il vangelo” sono state girate a Matera e precisamente in alcune zone degli antichi e famosi Sassi (il quartiere “Le malve”, p.zza Porta Pistola) e su di crinale della Murgia (cd. Belvedere), a picco sul torrente Gravina. Ma mentre il film premiato a Cannes, dal punto di vista dei contenuti, riproduce fedelmente il testo del Vangelo di Matteo, “La ricotta” (pellicola meno famosa, ma fondamentale per la comprensione della “visione del mondo” di Pasolini), girato nella campagna romana, è un film (o meglio, uno dei quattro episodi che compone l’opera corale “Rogopag”) sull’impossibilità di rappresentare cinematograficamente il sacro (ed esattamente la Passione di Cristo).

Oltre che per comprendere la poetica pasoliniana, però, il medio metraggio di cui sopra è importante anche, dal punto di vista delle “locations”, per la rappresentazione di quella “periferia” romana che Pasolini, in anticipo sui tempi ed in maniera realistica ed iconografica allo stesso tempo, aveva già fatto conoscere all’Italia ed al mondo intero prima con “Accattone” (1961) e poi con “Mamma Roma” (1962).

“La ricotta”, infatti, è stata girata in quella che negli anni ’60 era la campagna romana (soprattutto tra l’Appia nuova e l’Appia antica, e che ora, dove non edificata, è compresa nel Parco della Caffarella). Come non ricordare, infine, l’acquedotto Claudio, San Policarpo, la via Casilina dove scorazzano Ettore (Ettore Garofolo) e  mamma Roma (Anna Magnani).

E’ stata inaugurata il 14 aprile (aperta fino a luglio) al Palazzo delle Esposizioni di Roma una mostra “Pasolini Roma” sul rapporto tra l’autore friulano e la città eterna, la città che lo aveva adottato quando, insieme alla madre, si trasferì dall’ostile Casarsa, che lo vedrà protagonista di una stagione intellettuale forse irripetibile e dove visse la sua personale passione fino alle estreme conseguenze. Pasolini girò a Matera nel ’64, quando la città stava appena scontando la sua “vergogna nazionale”; per la realizzazione del film il regista utilizzò anche la sua “appartenenza politica” (nonostante nel ’49 fosse stato espulso dal PCI), soprattutto  per alcune attività che oggi sarebbero di competenza di una film commission o di strutture professionali (il reclutamento di maestranze, ecc.). Lo stesso attore protagonista fu scelto da Pasolini nell’ambito dell’attività politica dell’allora diciannovenne Enrique Irazoqui, attivista del fronte anti franchista.

Gran parte degli attori de “Il vangelo secondo Matteo” erano non professionisti (lo stesso Irazoqui); ma impressi nella memoria rimangono i volti (ripresi in primo piano strettissimo) di comparse e figuranti, quei volti che dovevano rimandare ai giudei di 2000 anni orsono.

 

Roma, città del cinema. Il genere “documentario”

Aprile ’14

ROMA – Il “film maker” è letteralmente colui che fa il cinema. Tale figura viene in essere soprattutto in riferimento ai giovani che si avvicinano al mestiere del cinema generalmente realizzando (spesso con mezzi ridotti) cortometraggi, ossia filmati di breve durata (da pochi secondi a circa un’ora di realizzato). Diversi sono i concorsi sparsi per tutto il territorio nazionale dedicati, per l’appunto, ai giovani “filmmakers” che si cimentano con diverse forme di linguaggi cinematografici: dalla fiction, all’animazione e fino, appunto, al documentario. Ma se fino a qualche anno fa la figura del film maker era relegata ad un ambito, possiamo dire, dilettantistico, solo di recente ha acquisito dignità di “professione” e precisamente da quando il Centro Sperimentale di Cinematografia (la piu’ prestigiosa scuola di cinema in Italia, fucina di affermati professionisti del settore e costituita in Fondazione, interessata, quindi, al pari di altre che producono cultura, dalla recente manovra finanziaria) ha inteso strutturare un corso di tre anni proprio in “documentario storico – artistico e docufiction”.

Che Roma sia una città cinematografica, questo ormai è nella storia, ma è anche nelle strade della capitale che ciò si avverte. E quindi può capitare di vedere sul ponte della Tiburtina un non piu’ giovane film maker con telecamera a spalla riprendere da una decappottabile in movimento, uno spaccato quotidiano della vita metropolitana o, ancora, proprio nel cuore del quartiere San Lorenzo, assistere alla proiezione di un documentario sulla facciata di un palazzo.

Ma è anche dimostrato dalle prestigiose realtà produttive e formative, a cominciare innanzitutto da Cinecittà e dall’Istituto Luce.

 

La comunità rom

Marzo ‘14

MATERA – Nastasi Jorge è un rom della Moldavia (come lui stesso ci dice) e vive a Matera in appartamento con altre sei persone in una via all’imbocco dei Sassi. “Ho lavorato nelle campagne tra Pisticci e Policoro (provincia di Matera, ndr)” – ci racconta in una chiacchierata. Ora vive di elemosina.

Nella città lucana non esiste una vera e propria comunità rom (nel senso dei tipici accampamenti nelle grandi città, la più vicina con ogni probabilità è nel nord barese). I rom “materani” si confondono con gli altri immigrati provenienti dall’est Europa.  C’è chi legge le carte, chi suona per strada e chi chiede elemosina. Tra di loro però si riconoscono anche per la lingua d’origine: il romanes (loro lo abbreviano in “romi” o “roma”).

Ma chi sono i rom? Qual è la loro etnia d’origine?

I rom nel mondo sono concentrati soprattutto nell’est Europa. In realtà la loro etnia d’origine è orientale (secondo recenti studi,  come raccontato in un recente articolo di una testata nazionale, è possibile individuare il “gene etnico” risalendo indietro nel tempo fino a diversi secoli prima), probabilmente indiana.

Jorge una settimana dopo la nostra chiacchierata è stato sottoposto a fermo di polizia per aver minacciato una commerciante (come da quest’ultima raccontato alla polizia) sottraendole un gatto. L’informazione locale ha dato ampio spazio alla notizia.

Comunemente si identificano i “rom” con gli zingari o con i gitani, ma questi ultimi sono solo altrettanti modi di vivere spostandosi. Zingari o gitani (semplicemente nomadi) possono essere chiunque (diverse sono popoli e tradizioni di questo tipo: i berberi, i dancali, ecc.)

Per via del loro modo particolare di vivere (derivante anche dalla loro storia, simile ma meno conosciuta degli ebrei: il popolo rom ha subito una o più diaspore) e quindi della loro storia concreta non si riconoscono in una religione o in una cultura (o meglio in testi scritti perché loro soprattutto si tramandano storia e tradizione oralmente).

 

La “movida” pugliese nel triangolo tra Altamura, Gravina e Bari.

Febbraio ’14

BARI – Su e giù per la Murgia, a cavallo tra la Puglia e la Basilicata, in una zona che in tempi di “non crisi” poteva dirsi “florida” e fitta di scambi, soprattutto commerciali. Era quella, infatti, la caratteristica della zona, soprattutto del paese di Altamura.
“Qui vogliamo organizzare un referendum  – dice scherzando il gestore di un bistrot altamurano – per annettere Altamura alla città di Matera”. Il riferimento alla città lucana si spiega con la recente candidatura in corso per diventare capitale europea della cultura..e allora, se cultura dev’essere, che cultura sia…Non si tratta di rave party, ma di feste private organizzate in ville o capannoni spesso per mettere alla prova la qualità di questo o di quel dj (oltre che le capacità motorie e sensoriali dei partecipanti): dj set e dance hall organizzate con consolle munite di pc e casse da svariate migliaia di decibel. C’è Tommy Chicco o Joe Locapo che spopolano in piena campagna o dentro autobus, in casolari che probabilmente in passato hanno ospitato le “fate” per il passatempo degli uomini della zona o in veri e propri capannoni nelle zone industriali. Flussi di ragazzi, soprattutto nella fascia di età che va dai 18 ai 25 anni, che, per tutta la notte (in maniera più consistente dalle 1.00 in poi), si ammassano o in entrata o in uscita. La musica che va per la maggiore (quella che fa ballare e che “spacca”) è soprattutto tecno – house, ossia ritmi fatti in casa e creati al computer, ma non mancano, per gli amanti del reggae, la musica dub e, per “pochi” nostalgici, quella più c.d. “commerciale” o rock.
Gli ingressi a queste feste, a differenza di quelle organizzate in discoteca, non costano più di dieci euro (spesso con consumazione compresa) ed i drink (più che altro birra o cocktail a base di rhum o gin) non superano i quattro euro.

Ci sono, poi, anche quelle feste, sempre private, che in realtà “tecnicamente” sono serate da ballo abusive, prive di qualsiasi autorizzazione SIAE, la cui partecipazione a volte è consentita da braccialetti per “identificarsi” o da passaparola su internet e la cui esistenza è tollerata dalle forze dell’ordine in virtù del fatto che si svolgono lontano dai centri abitati[1].

Nel capoluogo pugliese, invece (complice l’ambiente universitario), questa sorta di appartenenza sembra dissolversi in eventi che rimangono si di nicchia (nel senso che non fanno parte di circuiti stabili o di cartelloni ufficiali), ma in cui confluiscono elementi di quelli che, in paese, sembrano gruppi chiusi (crew), ma che nella grande città trovano un punto di incontro in serate come quella, ad esempio, organizzata presso la Galleria “BLUorG” (una galleria d’arte nata meno di dieci anni fa) dove, insieme al musicista barese Mauro Migliacci, si è esibito, per una sorta di sperimentazione del suono, un giovane e virtuoso percussionista portoghese.

[1] Ogni festa corrisponde ad un gruppo di amici a formare vere e proprie “crew” (in stile rap americano o reggae giamaicano)

I “nuovi” braccianti agricoli nel meta pontino.

Gennaio ’14

METAPONTO (MT) – E’ la forza lavoro stagionale. Sono in gran parte stranieri. Extracomunitari africani attratti dalle ampie distese coltivate a frutti ed ortaggi e dalla domanda di “braccia”. Sino ad un paio di anni fa avevano trovato, di loro spontanea iniziativa, un tetto sotto cui sistemarsi all’interno di un capannone abbandonato adiacente la strada provinciale, tra le proteste dei residenti nel vicino borgo e di quanti pensavano più al decoro di una meta turistica (Metaponto) che alla pacifica e dignitosa integrazione.

Ora trovano accampamento dove possono, anche sotto i “ponti”. In numero non superano più delle cento unità. I residenti hanno imparato a conviverci dopo i primi tempi in cui qualche “frizione” si è registrata. Ma il problema rimane quello che nessuno in questi circa dieci anni si è mai fatto carico di una loro integrazione “dignitosa”. Rimanendo questa solo una questione di buoni “rapporti” tra residenti ed immigrati, e di contrattazione tra datori di lavoro e manodopera.  Altra questione rimane quella del “caporalato”, ma il fenomeno non sembra essere così diffuso come in altre zone d’Italia (Foggia, Caserta, ecc.).

Allo stato attuale Bernalda, il comune nel cui comprensorio è compresa la zona, è commissariata. Sarebbe infatti del comune la competenza per le politiche sociali.

 

Il tè di Mohammed

di Andrea Semplici – Dicembre ’13

BERHALE (ETIOPIA) – Il viaggio sta finendo. E allora posso barare un po’. Ogni volta che risalgo il vallone del torrente Saba mi fermo da Mohammed. Mohammed Tchai Tchai fu il primo afar che incontrai nei confini della loro terra. Questa è una storia di molti anni fa. L’ho già scritta, la ricopio.

‘Albeggiava, quando, anni fa, per la prima volta, arrivai alla sua acacia. Aveva i capelli lunghi come un hippie di altri tempi. Curiosi riccioli ondulati che non si aggrovigliavano, ma scendevano fin sulle spalle. Era fatto di spigoli, Mohammed. Aveva occhi mobilissimi e irriverenti. Un sorriso stranissimo e perenne. Il cielo si era appena schiarito, il tè era già pronto. Venivamo da Berhale. A piedi. Eravamo partiti che era ancora buio pesto. Mohammed ci sorprese. Un miraggio. Sotto l’acacia c’erano le braci di un fuoco, tre sassi come sedili, tazzine di plastica colorata. Appesi all’albero i sacchetti del tè, dello zucchero, della farina di teff. Una burra poco distante. La sua famiglia dormiva ancora. Mohammed era ed è uno straordinario barista. Questo era ed è ancora un bar. Il luogo più bello che, quel mattino, potessi immaginare.

Guardai con lentezza Mohammed. Lui sostenne il mio sguardo. Ci venne da ridere. Quest’uomo ci mise mezzo secondo a demolire decine e decine di stolti libri che dipingevano come feroci gli afar. Tirai fuori un articolo scritto da un cronista di successo: ‘Feroci come il deserto, spietati perfino con sé stessi, elusivi come una cupa leggenda’. Rialzai gli occhi e lo guardai nuovamente. Con premura mi invitò a sedermi e si mise a sfaccendare con tazzine e acqua bollente. Un paio di bambini uscirono dalla capanna. Clan familiare. Nomade stanziale. Bevvi il tè più buono della mia vita. Mi godetti il lampo di colori del cielo. Ero in pace con me stesso. Appallottolai il foglio di giornale con l’articolo e osservai, con soddisfazione, le braci dei carboni consumarlo tranquillamente. Chiesi a Mohammed se potevo fotografarlo. Fece un gesto con la mano e scomparve nella sua burra. Riapparve con una splendida camicia bianchissima made in China con su stampigliato un fantastico drago alato nero. Non aveva dimenticato il jile, il suo pugnale. Sul manico, aveva sistemato un fiore di plastica rosso. Un tempo, mi avevano spiegato, voleva significare un nemico ucciso, quel mattino mi apparve come un vezzo elegante. C’erano tre, quattro diaframmi di differenza fra la camicia e il suo viso. Lui si inginocchiò davanti all’ingresso della capanna, una mano appoggiata a un bel bastone’.

Ogni volta che risalgo il vallone del Saba mi fermo da Mohammed. Costringo chi è con me a seguirmi fino alla sua capanna. Adesso è un piccolo patriarca: i suoi figli e i suoi nipoti si sono moltiplicati. E’ un accampamento familiare, il suo. Il suo viso si è affilato, le rughe hanno inciso gli anni. A volte si taglia i capelli. Ma, credo, che li preferisca lunghi. Ogni volta mi invita a rimanere per la notte. Prima o poi dovrò accettare.

Quest’anno non ho avuto fortuna: Mohammed non era a casa. Era andato al paese. Una piccola fitta la cuore. Mi dico sempre che dovrei avvertire la sera prima. Ma sua moglie e sua figlia erano alla capanna-bar. Sua moglie ha schierato i figli da una parte della capanna e i nipoti dall’altra. Hanno offerto il tè. Come sempre il più buono del viaggio. Niente più tazzine di plastica. Ma quattro bicchieri barocchi: cristallo e fregi dorati, quasi delle brocche, segno di ospitalità. Abbiamo bevuto rumorosamente, lasciato le foto, un abbraccio, un andare, un restare.

Sì, dovrò accettare l’invito a passare la notte. Accadrà?

 

“La luna e i calanchi”: la comunità provvisoria di Franco Arminio.

Novembre ’13

ALIANO (MT) – In paese non sono più di cinquecento, quelli che ci vivono sembrano in perfetta armonia (o consolidata abitudine): se un vicino mette la macchina davanti al tuo garage, tu non chiami i vigili (anche perché ce n’è uno solo), sorridi al tuo interlocutore parlandogli in dialetto (salvo poi dirne di ogni quando ti volti dall’altra parte).

Gli anziani del posto (la maggioranza della popolazione) conservano in maniera sacra tradizioni antiche (da quella
culinaria a quella funeraria) ed i fanciulli possono godere della bellezza di una vita naturale e semplice.
Ciò è quanto appare al forestiero giunto dove neanche Cristo (secondo il Levi del confino) ci è mai arrivato. Ma poi a pensarci ti immagini quegli stessi anziani che consigliano i nipoti a lasciare il paese perché lì non è il mondo.
Aliano (e forse, metaforicamente, la Basilicata tutta) comincia con Carlo Levi e finisce con Carlo Levi: è una striscia di terra argillosa, dal basso dov’era la casa del confino, fin su al cimitero dove l’illustre letterato è sepolto.
E’ qui che si è dato luogo alla comunità provvisoria della Luna e i Calanchi. E’ qui che si sono dati appuntamento artisti e pensatori da ogni parte d’Italia. Ed è qui che il paese è diventato (facendo una sorta di prova generale) per tre giorni un albergo diffuso, con relativi spettacoli (di musica e parole, anche).
La Basilicata che è emersa (e se vogliamo, il meridione tutto) dai “parlamenti dell’Italia interna” è, nella sua versione “poetica”, quella della c.d. “decrescita felice”, nella sua versione pragmatico – economica, quella invece che mostra le vecchie piaghe dell’assistenzialismo e del clientelismo.

Marcos e la rivoluzione ““glocal”” negli scatti di Massimo Tennenini.

Ottobre ’13

CHIAPAS (MESSICO) – Messicano di Città del Messico, latino ma non indio, di estrazione borghese e con studi di diritto. Nato nel ’57, Marcos (per tutti il “sub comandante”, in onore del Che, suo faro e guida) diventa, nei primi anni novanta, il capo dell’esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), una sigla sotto la quale l’ideale zapatista (che ha ispirato la rivoluzione messicana dell’inizio del novecento) in Messico non è mai morto.

Peculiare la sua lotta per le rivendicazioni portate avanti: l’autonomia (soprattutto culturale) di una zona contadina del Messico, il Chiapas, territorio fortemente caratterizzato dalla presenza di indios (popolazione indigena con una cultura prevalentemente maya).

Due i momenti topici della lotta (come da presentazione di una mostra fotografica di Massimo Tennenini, a Matera dal 24 al 28 agosto scorsi) nei primi anni ’90 : 1. La manifestazione popolare (molte le donne partecipanti) del ‘94 con le rivendicazioni rispetto all’autonomia (anche economica rispetto allo strapotere delle multinazionali) del Chiapas; rivendicazioni non soddisfatte dalle autorità messicane (ragione per cui, anche, i contadini imbracciarono i fucili). 2. Una forte contestazione il 14 luglio dello stesso anno a san Cristobal (data e luogo simboli dei conquistadores).

Queste le caratteristiche principali della lotta: non si è trasformata in regime (non vi è stato cioè un colpo di Stato, cosa che, tra l’altro, non rientrava tra le rivendicazioni dell’ezln), ma i contadini del Chiapas (sotto la guida del sub comandante Marcos e riuniti nell’esercito zapatista di liberazione nazionale) hanno ottenuto ciò che volevano: il riconoscimento politico-giuridico del Chiapas come “municipio” (oggi in “vigore”), in cui poter esprimere appieno la propria autonomia (anche culturale ed economica).

Marcos e la ezln attualmente non imbracciano più i fucili, ma puntualmente e periodicamente il subcomandante interviene nelle questioni mondiali che riguardano i diritti e le libertà (ultima dichiarazione tramite comunicato stampa sull’occupazione dello Gezi Park ad Istanbul).

 

Milano, capitale della comunicazione.

Luglio ’13

MILANO – Milano, si sa, è “capitale” della comunicazione. A dimostrarlo centinaia di eventi in contemporanea tra loro: dalle mostre più prestigiose nelle sedi “storiche” ed “istituzionali” (Palazzo Reale, Palazzo della Ragione,il Padiglione di Arte Contemporanea in via Palestro), passando per quelle allestite “privatamente” (presso il Palazzo della Permanente, ad esempio), fino alle svariate forme di comunicazione “improvvisata” da comunicatori di professione (è il caso, in genere, degli artisti di strada) e da“tipi” umani che per condizione o stato (lo zoppo “verosimile” sulla sedia a rotelle, l’alcolizzato che interagisce con i passanti sembrando a volte minaccioso ed altre semplicemente “fuori di testa”, il senza tetto che scambia sigari e vino) attirano l’attenzione distinguendosi dalla massa, e spesso sono immigrati. Ma a Milano, tutto è comunicazione. Come se la moda, l’urbanistica, lo svolgersi della vita notturna, lo stesso passeggiare per strada diventasse materia di scambio, di relazioni.

Ed anche il commento di un addetto alle ferrovie che, riconoscendo Gino Strada tra i viaggiatori in stazione, dice:”Ma guarda te, un medico che fuma. Meno male che io ho smesso da qualche anno”; e poco dopo passa una bambina dagli aspetti somatici indoeuropei con una malformazione alla spalla tenuta per mano da una coppia di occidentali.

Si sa, l’arte è il regno dell’immaginifico, dove un’opera vista da una certa distanza sembra riprodurre (raggiungendo, nei casi della combinazione, studiata meticolosamente, di realizzazione  con adeguata tecnica e di allestimento, alti livelli di verosomiglianza) “quasi” perfettamente (il quasi è d’obbligo nei casi di arte figurativa di riproduzione del reale) l’esistente; laddove, quando la distanza dall’opera svela “il trucco”, diventa distinguibile il segno addentrandosi nella tecnica. E’ quello che succede osservando i dipinti di Valeria Corvino. Ciò che invece accade, nella retrospettiva dedicata alle fotografie di Stanley Kubrick, perché è l’occhio del fotografo a fissare, nel caso ad esempio della sezione “circense”, l’ambiguità tra ciò che appare e ciò che è. Ambiguità che invece per Armando Testa è solo vezzo d’artista. Ecco allora che l’autenticità nell’arte si rinviene nelle opere di Schiele, in cui il dipinto riproduce in maniera diretta la sua immaginazione che è, per così dire, l’oggetto “reale” della sua arte, sottoposto al solo filtro dell’opera.

Dove invece la comunicazione si palesa come scambio, relazione e l’arte un pretesto è negli “eventi” di strada: così in p. zza Cordusio dove bastano microfono ed amplificatore ad emanare e mettere in circolo i “densi” umori della canzone napoletana; e così anche con la compagnia dell’Odin Theatre che, nel porticato di una libreria, ha riunito a sé curiosi ed appassionati tra readings, balli, canti e vino.

E dove poi la realtà si fa artificio per necessità o opportunismo (e diventa comunicazione come espressione di disagio e Milano in questo caso è paradigmatica di una situazione nazionale), la stessa necessita di interpretazione, diventando materia volgente l’integrazione e le differenze sociali, culturali ed economiche.

 

Torino: la città di Pavese, di Einaudi e di Lalla Romano.

Giugno ’13

TORINO – A dire della città “antonelliana” tre “giganti” della cultura italiana del novecento: Cesare Pavese, Giulio Einaudi e Lalla Romano.

Più noti Pavese ed Einaudi, un po’ meno la Romano, ma pur sempre, quest’ultima, una delle figure di spicco della letteratura italiana del novecento.

A ricordarne la figura, all’ultimo salone internazionale del libro, il compagno e secondo marito, Antonio Ria che, dagli anni 90 (da quando cioè la Romano per problemi di salute non era più completamente indipendente), promuove, con l’associazione “Amici di Lalla Romano”, l’opera della poetessa e scrittrice e pittrice cuneese morta nel 2001 all’età di 95 anni.

La città sabauda di Lalla Romano è anche quella di suo figlio Piero e cioè quella dell’impegno partigiano durante gli anni della resistenza. Un’iscrizione su marmo sul muro di una caserma militare vicino la stazione di Porta Susa ricorda ancora le “vittime” di quell’impegno.

E’ in quel contesto che si “forma” la Romano, nel “fervido mondo intellettuale della Torino tra le due guerre (Felice Casorati, Lionello Venturi, Antonicelli, Pavese)”. Poi traduce, su richiesta di Cesare Pavese, i “Tre racconti” di Flaubert e comincia così a dedicarsi alla narrativa, pubblicando per Einaudi una cospicua serie di libri.

Il reading “Lalla Romano: <>”, a cura di Silvia Ajelli (attrice), Gianluca Gambino (attore) e Alessandra Terni (attrice), tenutosi presso la sala arancio del Salone, ha preso le mosse da un testo pubblicato per i tipi di Manni editore.

 

La ex Iugoslavia: le capitali di Serbia e Croazia.

Maggio ’13

BELGRADO (SERBIA) – Belgrado (ex capitale della Iugoslavia, ora capitale della Serbia) oggi è una città c.d. “mitteleuropea”: per posizione geografica (si ricordi solo che è attraversata dal Danubio, che nasce in Germania per morire nel mar Nero), per dimensioni (“old” Belgrade e “new” Belgrade, da una parte e dall’altra del fiume, coprono un’area piuttosto vasta, in cui vivono più di 1 milione di abitanti), per la particolare “urbanistica” (nella città “vecchia”, che si sviluppa con un sistema architettonico “a raggiera” – tipo Milano o Roma -, spiccano soprattutto le costruzioni dell’impero austro-ungarico); ma soprattutto è città “multi culturale” ed “interreligiosa”, dove in un hotel “internazionale”, nella zona “economica”, può capitare di incontrare uno dei “generali” (criminali comuni che, nel periodo del conflitto, erano a capo di milizie paramilitari ed ora gestiscono “affari”, spesso e volentieri godendo della copertura delle istituzioni – politici e polizia in primis  – e della omertà –addirittura  ammirazione e rispetto – della gente “comune”) e subito dopo un uomo con tanto di barba lunga “alla salafita” accompagnarsi ad una donna in vestito e velo arabi, entrambi neri.

E questo proprio nello stesso hotel dove ogni sabato si incontrano (in stile “chiesa protestante battista”) immigrati di colore  “per socializzare” (con tanto di musica “gospel”), ed a qualche metro dalla piazza dove domina la chiesa ortodossa di “Svetog Sava” (il santo protettore della Serbia). Più su, invece, nella zona più “tradizionale”, non mancano sinagoga e moschea.

Numerosa è inoltre la popolazione di etnìa “rom” (concentrata soprattutto nel nord della Serbia, a Novi Sad, in particolare, dove ogni anno si svolge un festival di musica popolare gitana), le cui origini “si perdono” nella notte dei tempi dalle “parti” del medio oriente. Si distinguono infatti dall’etnìa sia “slava” (cioè della Russia) che europea, perché al loro confronto sono piuttosto scuri di carnagione; non professano una religione in particolare e vivono secondo la loro cultura, quella “gipsy”; spesso “alla giornata” ed in abitazioni “di fortuna”. A Belgrado, in particolare, molti di loro per vivere fanno i “ferrivecchi” o gli “stracciaioli” (di cartoni, però).

Belgrado oggi, insomma, come scritto dal “Financial Times” nel 2006[1] (ma come ancor prima, nel 1996, lasciava immaginare il regista Emir Kusturica nel finale del suo “Underground”) è “città del futuro del Sud Europa”.

Che la ex Iugoslavia (non solo Belgrado) aspiri ad un futuro europeo è anche dimostrato da un particolare “fermento”, sia in campo culturale (soprattutto in quello musicale, ma anche in quello delle “arti visive”: Zagabria è nota, tra l’altro, per essere “patria” dei “film d’animazione”[2]; per una manifestazione che si tiene ogni anno ed in cui si radunano i “writers” in un quartiere, Dugave) che in campo economico, soprattutto in riferimento agli investimenti “privati”.

Dal punto di vista culturale, infatti (a parte un “nobile” retaggio del passato della ex Iugoslavia, basti ricordare per tutti lo scrittore premio nobel, Ivo Andric), colpiscono la “cultura” dei “graffiti” (a Belgrado, oltre ad esserci una scuola delle arti “graffitare” ed a parte i graffiti sui palazzi anche importanti del centro, è in uso – da parte dell’amministrazione cittadina – proiettare immagini di animazioni, di video arte, sui palazzi; a Zagabria c’è un raduno internazionale che vede come “teatro” di una vera e propria competizione il quartiere di “Dugave”) e quella musicale (a parte la musica popolare balcanica, assurta all’attenzione internazionale soprattutto grazie a Kusturica e Bregovic, vi sono diversi festivals – i più noti sono “Exit”, “Guca”[3] – e “contest”, di musica gitana ma anche, ad esempio di musica “jazz sperimentale” – a quest’ultima categoria appartiene un “festival” che si tiene nel nord della Serbia a cui, nel settembre scorso ha partecipato anche il musicista italiano Gianni Lenoci). Ancora, è molto “viva” la cultura teatrale: a parte autori ed attori della ex iugoslavia (per tutti: Rade Serbedzija e Duson Kovacevic), a Belgrado c’è un museo nazionale del teatro (dove, tra l’altro, ci sono in mostra foto di un backstage al Globe di Londra), c’è  un istituto di cultura francese che allestisce da diversi anni un apposito “cartellone”; a Zagabria, nel “cartellone” istituzionale, l’anno scorso era presente anche la compagnia di Pippo Del Bono.

In riferimento alla “dimensione” di città “mitteleuropea” (nel senso su citato), oltre al fermento culturale ed “economico” (abbiamo visto, in particolare per la Serbia), ciò che accomuna Belgrado a Zagabria (capitale della Croazia), è una certa dimensione “localistica”; e cioè, nonostante siano, entrambe, città con naturali “aspirazioni” europee, mantengono, in maniera “evidente”, una loro ben precisa connotazione “identitaria”. E’ difficile vedere in qualsiasi altra città “mitteleuropea” una manifestazione di “nostalgici comunisti” che manifestano con tanto di cartelli per una questione amministrativa di “bus privati” (cosa che invece a Belgrado avviene), o assistere (come a Zagabria) ad un concerto di musica (rock, popolare, ecc.) in lingua croata, nel mezzo di una manifestazione a sostegno della cultura vegetariana sponsorizzata dalla città stessa (“Ze. Ge. Ve.”: un acronimo, un gioco di parole, che sta, più o meno, per “Zagabria vegana”).

Questa dimensione “localistica” in un contesto “internazionale” (a Zagabria o a Belgrado si parla comunemente inglese) è anche retaggio della tipica cultura “popolare” di memoria comunista (tra le strade di Belgrado può capitare di vedere una scultura “di pregio” in un anonimo “giardinetto condominiale”).

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Vedi: “Belgrade in your pokett”

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Vedi: “Belgrade in your pokett”

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Palazzo Montecitorio: l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. I “grillini” superstar.
Aprile ’13

ROMA – I “grillini” sono stati sicuramente le star delle prime sedute parlamentari, in particolare quelle per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato.

Questo il resoconto di una giornata a Montecitorio.

Venerdì 15 marzo: i deputati ed i senatori (“cittadini”) del movimento 5 stelle (Vito Crimi in testa) sono gli ultimi ad uscire da Montecitorio (sono circa le 21,30 e gli ultimi rimasti sono una decina tra deputati, assistenti, uscieri e giornalisti) dall’uscita laterale ai piedi della scalinata di via della missione. Dormono in b&b, viaggiano con i mezzi pubblici, si organizzano per dormire insieme.

Alcuni deputati (come Maurizio Lupi – pdl -, Nicola Fratoianni – sel -) degli altri partiti escono ed entrano da Palazzo Montecitorio “soli”; i grillini paiono invece fare sempre gruppo. E mentre alcuni degli habituè parlamentari ( Enrico Letta – pd -, Enrico Franceschini – pd -)  vengono quasi snobbati, non sfuggono all’attenzione di fotografi e giornalisti le “dive” (decolletè, minigonne e tacchi alti) come Mara Carfagna (pdl).

“E questa la conosci?” – chiede un fotografo mostrando una parlamentare in posa da modella.

Dinnanzi alla piazza transennata da via del Corso a piazza Montecitorio, intanto, gruppi “spontanei” di cittadini (comitato per le case popolari, gruppi di sostenitori di Grillo che accusano il “lucano” Rocco Papaleo di essere complice del “sistema politico – economico” che svende la Basilicata) fanno sentire la loro voce. E se è vero che all’interno delle due Camere è d’obbligo la cravatta, appena fuori questi “sostenitori” esprimono la loro opinione in maniera informale (con cartelli, slogan, ecc.).

 

Le elezioni a Milano

Marzo ’13

MILANO – La campagna elettorale di queste ultime elezioni si è aperta lo scorso dicembre. Quella per le elezioni politiche in seguito alla caduta del governo Monti ad opera dei parlamentari PDL. Quella per le regionali (almeno in Lombardia) per i diversi “scandali” (dalla sanità ai rimborsi, elettorali e per i gruppi consiliari) che hanno coinvolto Giunta (in particolare il presidente uscente Formigoni) e consiglio (solo per citarne alcuni, poiché la lista sarebbe troppo lunga, l’ex vice presidente PD, Penati ed il leghista Renzo Bossi) e che si sono succeduti negli ultimi anni.
A Milano la “campagna” si è svolta su diversi “fronti”: quella “diretta” tramite le affissioni pubbliche ha registrato il “solito” attacchinaggio (manifesti elettorali che si sovrappongono uno sull’altro, con spazi assegnati dal Comune e pagati, insieme alla stampa, dai singoli partiti) con una forma di propaganda che ha visto anche facce e slogan sulle portiere dei taxi cittadini, tramite comitati (più o meno sobri), comizi ed altre iniziative di coinvolgimento (feste, concerti, ecc.); quella “indiretta” tramite campagna sui diversi mass media (dalla radio alla tv, dai giornali ad internet).
A “giochi fatti” il nuovo presidente della regione Lombardia è dunque il leghista Roberto Maroni che si è presentato come candidato governatore nella coalizione PDL e Lega (la stessa, grosso modo, che aveva sostenuto le precedenti giunte Formigoni). Questo risultato è parso a molti sorprendente (dato il “coarcervo” di scandali che hanno travolto l’ente del “Pirellone”), ma analizzando “a freddo” il voto, nella vittoria elettorale di Maroni possono aver influito diversi fattori (non squisitamente politici): la concomitanza delle elezioni politiche, il fatto che i due massimi esponenti di PDL e lega (Berlusconi e Maroni) siano entrambi lombardi ed infine che il voto espresso nei capoluoghi lombardi (soprattutto quelli della zone c.d. “pedemontana”) non ha subito lo stesso “effetto Pisapia” che c’è stato a Milano.

 

RITRATTI DALL’INDIA: Rossella

febbraio ’13
GOKARNA (KARNATAKA)- Rossella ha i capelli bianchi, tagliati corti.”Quei bambini – dice sorridendo e indicandoli – sono “destinati” dalla differenza di casta a rimanere per strada. Con le ossa rotte dai genitori per suscitare maggiore pietà”. C’è già stata diverse volte in India e ciò che la riporta in questa spiaggia (come un “paradiso” dei viandanti, a qualche decina di chilometri dalla più famosa ed hippie Goa)è forse un “bisogno”, forse un “senso di colpa” occidentale.

Rossella se ne sta “curva” sulla tastiera del computer.”Cara amica – scrive – qui in India c’è una tristezza infinita. La scena che più colpisce è quella dei bambini in mezzo la strada. C’è tanta gente che cerca di fare qualcosa, ma è penoso guardarli e non poter far niente.” Indossa una maglietta colorata a fiori e dei sandali ai piedi. Colpisce quel suo fare riservato e discreto da “viaggiatrice del dolore” che si ristora sulla spiaggia tropicale di Gokarna: siamo in un internet point al “Namastè”, un chiosco pieno di “fricchettoni chanti” israeliani ed italiani.

Stesso posto, la sera successiva: Rossella è seduta ad un tavolo e legge un libro buddhista. E’ una “viaggiatrice esperta”. “Sono in giro per l’India da settembre – dice – e non vado via prima di aprile – maggio”. Prossima destinazione il sud dell’India, verso il Kerala. Anche lei a Gokarna dorme in una “capanna” tra il mare e la foresta tropicale. Sola, con gli insetti e le zanzare, senza alcun vaccino.

Rossella è una donna “molto attiva”: lo si capisce dai suoi occhi sempre in movimento e dal sorriso sempre un po’ teso (attento a non lasciarsi andare del tutto). E si capisce anche che ha un gran cuore. E’ di La Spezia e si è presa un’abbondante aspettativa dal lavoro. Attende in India il momento per andare in pensione. E’ dell’ultima legge in materia pensionistica del governo Berlusconi che si parla, sorseggiando un “lassiè” di banane.

Riproduzione riservata ©2004

 

RITRATTI DALL’INDIA: Giovanna

Gennaio ’13

MUMBAI (MAHARASHTRA) – Insegnante, dà lezioni private di italiano a Mumbai. Conosce, nel particolare, la situazione più degradata degli slums ed, in generale, quella politico-economica dell’India. Vive da cinque anni con Jerry (che aveva 8 anni quando si sono conosciuti). Qualcosa ha lasciato: i soldi, un lavoro sicuro da insegnante, i bei vestiti ed i cappelli alla moda. Qualcosa ha trovato: una ragione di vita tanto più drammatica quanto più forte di qualsiasi altra cosa, più forte delle discriminazioni a scuola nei confronti di quel “figlio che l’ha adottata”, più forte di un giorno di ricovero in ospedale che costa lo stipendio di un intero mese, più forte anche del pensiero della madre naturale di Jerry alcolizzata e del padre che non si sa chi sia, più forte della sua certezza che bambini coetanei di Jerry vengono picchiati fino al “rompimento” delle ossa per fare più pena e chiedere l’elemosina, più forte anche della sua stessa anima che giorno dopo giorno si trascina tra psicofarmaci e sigarette in un “delirio” di bontà e frustrazione.

Vive nel quartiere a est di Mumbai, Colaba, il quartiere del bazar, in un appartamento senza cucina. E’ stata negli slums e così ne parla:”è qualcosa di assolutamente senza igiene, né criteri di pulizia: ci sono insieme contenitori dell’acqua e quelli per i bisogni fisiologici”. Con il suo stipendio vanno avanti in due: lei e Jerry. Ha cercato lavoro presso il consolato, “ma lì – dice – se non conosci qualcuno (vecchia storia), non entri”. Ora sta cercando lavoro presso qualche ONG. La situazione economica generale in India è quella che è; per un italiano (comunque per un occidentale) la differenza di bisogni e consumi (anche in termini di benessere economico) dev’essere notevole, considerato che lo stipendio medio in India (almeno quello degli “statali”) è di circa 80 dollari/mese.

Giovanna si confronta con i grossi problemi sociali dell’India: la sanità, la scuola, la discriminazione tra caste e religioni. “La gente qui si cura negli ospedali privati – dice – dove un giorno di ricovero costa quanto l’affitto di una casa per un mese.  Negli ospedali pubblici, infatti, mancano le più elementari norme di igiene. E così la gente, in realtà anche per un peculiare retaggio culturale, non si cura.” Molti indiani, infatti, paiono trascurare completamente la loro salute; pulizia ed igiene sono un “lusso”; spesso, non curandosi, si lasciano morire. Sono “fatalisti” al punto che noi occidentali ne proviamo quasi fastidio.

“Sono molto forti le discriminazioni che subisce Jerry – dice – perché proviene da una casta molto bassa. I bambini , i ragazzi, fin da piccoli imparano a rassegnarsi alla loro condizione. Non c’è per questo sistema “chiuso” delle caste (ndr: dai dhalit, gli “intoccabili”, fino ai Brahamini, i “sacerdoti”) possibilità di riscatto. Spesso Jerry, tornando a casa, è triste per questo”.

Nei giorni del social forum tutti sono impegnati a “prendere contatti”, ma lei non riesce a farlo. “Non sono molto brava nelle pubbliche relazioni” – dice.

Giovanna abita a due passi dalla guest house a Colaba dove alloggiamo. Sono le 3.30 della notte e dobbiamo congedarci. “Qui a Mumbai la gente non ti aggredisce per strada – dice concludendo la nostra “chiacchierata” – non c’è delinquenza o malavita organizzata. Io questa strada la faccio a piedi, se volete venire da me..: la mia casa è quella – e ce la indica con la mano in direzione del mare-, all’ultimo piano di quell’appartamento..non è grande..e non c’è la cucina..”

Riproduzione riservata ©2004

 

RITRATTI DALL’INDIA: Padre Joseph.

dicembre ’12

SHIMOGA (KARNATAKA) – Cammina scalzo, la pianta dei suoi piedi è dura e callosa come quella degli elefanti e, cosa strana, anche le sue orecchie, ora tese, ora floscie. E’ un missionario cattolico del Kerala e scende dal sedile posteriore di un furgone. Indossa solo una tunica bianca, lisa e sgualcita, è senza capelli e con la barba incolta. “La mia piccola dimora – dice, avvicinandosi piano – è sufficientemente grande per ospitarvi per questa sera.”

Saliamo sul furgone. ”Questo pomeriggio – dice rivolgendosi al giornalista di Altraeconomia – parliamo un po’, e poi ti do quella relazione sulla produzione delle banane che noi vorremmo piantare ed esportare. Domani poi, ti porto a vedere le altre strutture che abbiamo fino a 100 Km da qui, dopodiché non puoi mancare all’incontro con i contadini di Shimoga e con le donne”. Il soggiorno di due -tre giorni del collega Pietro è stato pianificato sin nei minimi dettagli.

“Ho buoni contatti – spiega – con il Vaticano, con la CEI, che sono al corrente dei miei progetti di sviluppo, ma anche con altri soggetti, come alcune Regioni dell’Italia, che dovrebbero sostenere questi progetti”. Padre Joseph parla un ottimo italiano, infatti ha vissuto alcuni anni a Padova, dove si è laureato.

Arriviamo alla missione cattolica nel villaggio del sud ovest indiano e padre Joseph ci mostra il quartier generale della sua congregazione (MCBS “Missionary congregation bless sacraments”). In uno spazio recintato da un cortile c’è la chiesa, gli alloggi ed in fondo una scuola. Una statua del Cristo è “piantata” in un giardinetto ed in alto, sopra un piano rialzato (raggiungibile con delle scale in metallo), il suo “ufficio”.

Nei giorni scorsi è stato a Mumbai, al world social forum, come noi, del resto. “Era ad una riunione del “fair trade” – racconta Pietro -, negli slums di Mumbai, per prendere contatti. Sembrava un barbone, uno degli abitanti degli slums, con una maglia strappata e a piedi nudi. A sentirlo parlare, poi, si è rivelato invece uomo di grande cultura ed intelligenza; esperto anche di questioni economiche e sociali”

Prima di farci accomodare negli alloggi che ci ha fatto preparare con grande gentilezza (ci sono delle suore che provvedono alla cura della missione) ci spiega della scarsità e quindi della preziosità dell’acqua in India ed in particolare in questa regione tropicale: “Qui è un lusso l’acqua, soprattutto per lavarsi. Da noi, in missione, c’è l’acqua fredda e se serve la riscaldiamo in cucina”. Nelle campagne circostanti l’acqua la prendono dai pozzi. La missione è fornita d questa ed altre comodità (ad esempio un furgoncino) che ai più di Shimoga sono sconosciute. “Per lavarci – ci spiega, infine, – noi usiamo dei secchi.”

Riproduzione riservata ©2004

 

In autobus dal Maharashtra al Karnataka.

Novembre 2012

INDIA – Di notte gli autobus indiani ti fanno passare qualsiasi paura: tutti i movimenti e gli “scossoni” che fanno drizzare la pelle a chi se ne sta sul sedile, qui sono così continui e costanti che, a volte, conciliano il sonno.

E’ tutto un salire su ripide montagne, ora brulle, ora piene di alberi, con una terra scura, rossa e marrone. Le strade farebbero paura anche ai più esperti tra gli autisti, ma durante tutto il tragitto né un incidente, né un mezzo incidentato. Eppure i camion ed i bus con la guida a destra si sfiorano su queste piccole strade di montagna. Verso il basso, mentre il sole sta per tramontare, appare un paese fatto di terra e fango con i segni dell’allacciamento di fili elettrici. Lo attraversiamo questo paese e l’aria ed i sorrisi della gente ci dicono che non siamo più a Mumbai: ancora nel Marhastrha, ma quelli che ora attraversiamo sono piccole città, villaggi (in India per piccola città si intende anche Pune, per esempio, che comunque supera il milione di abitanti).

La puzza, il nero, il sudore, gli occhi “spiritati”, gli “help me” ed i “pittin rupie” (fiftheen e fifhty..gli indiani di Mumbai giocano molto sulla somiglianza fonetica per avere 50 invece che 15..), quella specie di brivido o prurito che avverti ogni volta che una bambina ti tocca chiedendoti l’elemosina, sono dietro le montagne immaginando Mumbai come dentro una vallata che a vederla dalla vetta di un monte sembrerebbe avvolta dalla nebbia. Che a camminarci per le sue strade sei quasi stordito, ma da sopra le montagne è tutto insonorizzato, tutto più sfumato. Come se il sole dell’India avesse relegato il degrado e l’urbanizzazione scriteriata in un angolo, un angolo solo di questa grande nazione.

I piedi scalzi dei passeggeri sono educatamente per terra. L’autista continua a far salire gente nel tragitto fino al confine con il Karnakatà. Un ragazzo ben vestito, con i baffetti e la camicia rossa, accenna delle proteste; l’autista gli risponde; i toni della discussione si alternano tra quello determinato e quello del compromesso. La gente sembra quasi non accorgersi dei due che discutono. Un ragazzo al mio fianco, con ritmo costante, si solleva sul sedile e, facendo leva con i piedi sulla balaustra in terra, si rassetta deciso con entrambe le mani quelle che sembrano mutande sotto un pantalone di stoffa dura. All’accenno della protesta lui emette un verso come di chi appoggia la difesa di un sacrosanto diritto. La discussione va avanti per un po’. Poi, tutto torna normale, non c’è alcun risentimento. In India, in caso di divergenza di opinioni tra la gente comune, dalle questioni più elementari a quelle più complesse, c’è quasi sempre uno scambio di vedute e la soluzione a problemi collettivi la si trova insieme.

Quando tutti tornano incollati al video che trasmette ininterrottamente, ormai da quattro o cinque ore, una sfilza di films “bhollywoodiani”, un ragazzo stende un cartone in terra, nel piccolo corridoio centrale e ci si sdraia con una coperta addosso, rannicchiandosi e coprendosi tutto.

Quando l’autobus si ferma ad un posto di ristoro che ormai è notte dopo chilometri di deserto e strade diritte, per scendere si cammina quasi sui sedili perché ormai tutto il corridoio è occupato da improvvisati posti letto. Ci sediamo ad un tavolo di ferro sul ballatoio di questo “autogrill” all’indiana. La notte cala bassa sul deserto e sembra poggiarsi sulla pianura, ed estendersi, e gli orizzonti allargarsi. Si ha la sensazione, in questi come in altri posti dalle “vedute” immense, di aver visto, con i piedi ben saldati al suolo, la terra arrotondarsi. Come vedere il pianeta dall’alto..mentre tu..sei solo un piccolo punto saldato al suolo di una distesa immensa, con gli orizzonti indefiniti. Ci si avvia verso i bagni senza le porte. L’odore è troppo forte, da far arretrare anche gli stomaci più audaci. E allora a bagnare la Madre Terra dell’India e tornare a sedersi. Una ragazza con lo sguardo tra il “serio”, di chi vuole mantenere una certa distanza, e “l’affabile”, di chi mostra curiosità. Indossa abiti hindi, di colore rosa e rosso….E’ molto giovane, ha i capelli legati e raccolti da un velo di seta. Tra gli occhi, disegnato con l’hennè, il “terzo occhio”, la pelle scura ma delicata, due buchi al posto del naso. Un sorriso leggero e dolce, movimenti lenti e precisi, uso sapiente dello sguardo. Mangia una polpetta fatta di riso e foglie di zenzero o cannella. Incantati si prende ciò che sta mangiando questa ragazza delicata, sicura e fiera.

Durante il viaggio, ad un uomo con la tunica gli è stato affidato una bambina che, dopo un certo tempo in cui non sembrava essere particolarmente a suo agio, si tranquillizza. L’uomo, comunque, sembra affettuoso. Quando sarà mattina, la bambina avrà occhi limpidi che quasi le si leggeranno le immagini che scorrono dal finestrino: uno sguardo lieve e concentrato, tra l’osservazione ed il pensiero. In India si raccontano tante brutte storie riguardo i bambini, basta osservarli nelle strade di Mumbai.

Al confine tra lo Stato del Marhastrha e quello del Karnakatà, il bus, carico all’inverosimile di pacchi sopra il tetto, si ferma per dei controlli all’interno di un deposito aperto da un lato e con lamiere arrugginite per tetto. Una decina di persone in fila fanno i loro bisogni bagnando la terra brulla e scalcinata. Un cane spelacchiato e dall’aspetto malaticcio cammina a testa bassa in quell’immondezzaio. Sono all’incirca le tre del mattino, ma sono ancora aperti un chioschetto dove si vendono sigarette, spezie e saponi ed un altro dove si prepara il “chai”. In quest’ultimo un uomo lava una pentola lurida, dove poi ci cuoce dell’acqua ed in bicchieri di metallo versa prima il the e poi il latte. C’è chi, dopo aver bevuto, si accende un bidi (foglia di tabacco arrotolata a forma di sigaretta e tenuta insieme da un filo). Sono diversi i pullman sparsi nella radura e, dopo circa un’ora, il nostro riprende il cammino verso il Sud.

I vetri sporchi sono attraversati  da una luce gialla abbagliante: è l’alba indiana. Ai lati della strada alberi e piante dalle foglie aperte. Della polvere è sollevata dai mezzi che incrociamo: siamo nel mezzo della foresta tropicale, tra risaie, piantagioni di frutta e campi di mais. Ci fermiamo un’ultima volta nei pressi di un villaggio dove ci si accorge della profonda differenza da metropoli come Mumbai dal costo del the e delle banane. Ancora una volta latrine maleodoranti che scoraggiano. Siamo forse a 100 Km da Shimoga (destinazione del viaggio) e attraversiamo piccoli villaggi sparsi nella foresta e ordinati: gente che lavora la terra, donne che portano fusti di legno e vimini sulla testa, bambini che giocano nei cortili delle scuole; gente che se la prende con enorme lentezza, avvertendosi il ritmo di una vita povera ma, tutto sommato, armoniosa. Nella foresta si percepisce forte la spiritualità indiana: quasi in ogni villaggio c’è un tempio con la presenza di figure di divinità indù. L’obiettivo della macchina fotografica ritrae la strada dritta costeggiata da alberi  e l’altarino sul cruscotto del pullman, dove una la figura di una divinità con tre teste è circondata da una ghirlanda di fiori gialli e rossi. La ragazza con il velo di seta è seduta affianco ad una donna più anziana (presumibilmente la madre) e si nega ad una foto. Siamo quasi arrivati, il conducente e gli atri tre uomini nella cabina di guida sono tutti eccitati. Una guida particolarmente spericolata, nonostante la non eccessiva velocità del mezzo. Il nostro pullman sfiora le macchine agli incroci e l’autista, come diverse altre volte abbiamo avuto modo di notare, suona il clacson prima e dopo un “ipotetico” ostacolo. Più ci avviciniamo a Shimoga, più scendiamo verso il Sud, più ci addentriamo nella foresta e più il caldo si fa “appiccicaticcio”. La fronte del nostro autista indiano con la barba è imperlata di sudore. Sono circa venti ore che siamo in viaggio. Shimoga si presenta come un enorme borgo rurale ed un mucchio di vacche in strada. Una frenata nella polvere.. e siamo tutti in strada. Lentamente prendiamo i bagagli, la ragazza con il “terzo occhio” all’hennè si avvia a piedi con la donna anziana, l’uomo con la tunica si sistema con la bimba su un risciò. Chiediamo di poter scattare una foto. Il signore fa un sorriso, la bimba è impacciata. La foto non si impressionerà sulla pellicola.

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