Immigrazione: come cambia la rotta del mediterraneo centrale

In seguito alla diminuzione degli sbarchi in Italia a partire dal secondo semestre 2017 è cambiata anche la composizione etnica dei migranti per Paese di provenienza.

Tra le persone sbarcate in Italia durante tutto il corso del 2020, più della metà erano di origine maghrebina (in maggioranza tunisina). Se alla fine del 2017, però, gli arrivi dalla Tunisia erano circa il 5,1% del totale degli sbarchi, nel periodo da gennaio ad agosto 2021 sono aumentati al 24,4%. (dati: dossier statistico immigrazione 2021 – Idos, centro studi e ricerche).

Secondo i dati del Ministero dell’Interno, i migranti sbarcati in Italia nel corso di tutto il 2021 sono stati circa 67.400, a fronte dei 34.000del 2020 (la diminuzione per quest’ultimo dato è dovuta anche alle restrizioni in ingresso dovute alla pandemia da covid19).

I primi tre mesi di quest’anno (stando ai dati aggiornati del Ministero dell’Interno al 31 marzo ’22) registrano 6.770 ingressi di migranti sbarcati sulle coste italiane. Dato quest’ultimo in linea con quello dello stesso periodo dell’anno precedente (6.984).

Il dato più significativo dei primi tre mesi di quest’anno (ma che conferma anche il dato dell’intero 2021), per quanto riguarda la composizione etnica degli arrivi dei migranti via mediterraneo centrale, è quello dell’aumento degli ingressi di egiziani (1621), bengalesi (1.276), tunisini (918).

Al link in alto tutti i dati aggiornati del Ministero dell’Interno

Quello degli accordi tra Italia e Libia dell’agosto del 2017 (il discusso “memorandum” firmato dall’allora Governo Renzi, in persona del ministro dell’Interno, Marco Minniti, con il governo di Tripoli, che hanno dovuto mediare con i diversi soggetti della complessa gestione di un territorio, quello libico, frazionato in tre centri di potere ed in diverse tribù)non è stata la sola causa della diminuzione degli sbarchi lungo la rotta del mediterraneo centrale.

C’è, infatti, anche la legge n.2015-36 “relative au trafic illecite de migrants” del governo del Niger che dal 2016 ha previsto maggiori controlli e restrizioni nelle zone di transito di Agadez e Arlit (tra Niger e Mali, in direzione Libia e Algeria). Si sono aperti così nuovi e più piccoli varchi. Per queste rotte è aumentato, inoltre, il costo dello “smuggling” (il traffico dei migranti).Dal Bangladesh, infatti, si giunge in Africa anche con aerei. Gli smuggler, insomma, utilizzano rotte più pericolose per eludere le frontiere chiuse.

Sia la legge n.36 che gli accordi Italia-Libia sono anche il risultato simbolico di politiche UE (di contrasto al fenomeno del traffico di migranti e di gestione dei flussi), sulla cui efficacia però ci sono dubbi, considerando la fragilità dei governi di Paesi come Mali e Libia e le particolari realtà locali: in Libia, infatti, beneficiari degli aiuti italiani sono stati anche clan e tribù (che gestiscono, in particolare, la guardia costiera libica); in Mali, invece, vi è un pericoloso addensamento di guerriglieri jihadisti.

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