La crisi della lira turca ed il “complottismo” di Erdogan

La crisi della moneta che ha colpito la Turchia in particolare dall’inizio di  agosto dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, lo strapotere degli Stati Uniti sul mercato mondiale, specialmente ed in particolar modo, nei confronti dei Paesi Europei.





 

L’annuncio di Trump dell’aumento dei dazi su acciaio e alluminio provenienti dalla Turchia hanno allarmato immediatamente la borsa dei cambi monetari, facendo precipitare le quotazioni della moneta turca (1 dollaro pari a circa 6/7 lire turche) già “in crisi” da diversi mesi.

I rapporti tra Stati Uniti e Turchia erano già tesi, in conseguenza soprattutto dei rispettivi connazionali che i due presidenti vorrebbero fossero consegnati (per motivi diversi) ai loro Paesi di provenienza e che, come ricatto, pesano sulla bilancia delle relazioni diplomatiche.  Gli Stati Uniti ospitano (come rifugiato politico), ormai da diversi anni, il principale oppositore di Erdogan, Fethullah Gulen; mentre nel 2016 è stato arrestato in Turchia un predicatore evangelico americano nell’ambito del tentato golpe di Stato.

Sia nel primo (la crisi economica) che nel secondo caso (il tentato golpe dell’estate 2016) il presidente turco non ha esitato a parlare di  “complotto” internazionale; laddove invece, soprattutto con riferimento alla crisi della lira turca, la maggior parte degli analisti internazionali parla di politiche economiche interne sbagliate (tanto che la moneta turca era già in forte ribasso dallo scorso gennaio).

Intanto i rapporti tra UE e Turchia sono sempre più improntati ad accordi economici (soprattutto petroliferi e dell’energia, per il passaggio soprattutto di greggio e gas), mentre sul piano politico Erdogan sembra essere più in linea con il presidente russo Vladimir Putin. Dato comune ai due è anche l’ampio consenso che godono presso le rispettive nazioni: il primo è stato rieletto per la quarta volta (lo scorso marzo); il secondo ha invece riconfermato la sua leadership alla guida del “partito per la giustizia e lo sviluppo” e del governo alle elezioni presidenziali dello scorso 24 giugno.

Sul piano militare, invece, la Turchia, pur facendo parte della Nato, nella missione in Siria si è dichiarata contraria  all’appoggio ai curdi per contrastare l’ISIS, mentre nei rapporti con la Russia si è trovata dall’altra parte per l’appoggio ai ribelli interni.

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